Recensione
Alela Diane and Wild Divine Alela Diane
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folk Voti redazione e staff

Alela Diane

Alela Diane and Wild Divine

Rough Trade

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La parabola di Alela Diane prosegue nel segno di una pienezza sonora sempre più rivolta al folk-rock della cuspide tra Sessanta e Settanta. Nel suo rinnovato conformismo, la cantautrice di Nevada City riesce comunque a ritagliarsi una dimensione propria, in un non meglio definibile punto d'equilibrio tra spirito e carne, tipo una Sandy Denny resa sanguigna da particelle Janis Joplin o una Grace Slick redenta Joan Armatrading. Sembrano quindi accantonati quei riflessi esoterici, la ricerca delle suggestioni fantasmatiche che l'avevano inizialmente accomunata al filone prewar-folk assieme alla concittadina Joanna Newsom.

Sopravvive, certo, nelle nuances di una voce dall'intensità non comune, capace di esaltarsi nel sound allestito dalla nuova band, i Wild Divine, ovvero i chitarristi Tom Menig e Tom Bevitori, rispettivamente padre e marito di Alela, più il bassista Jonas Haskins ed il batterista Jason Merculief. Trilli fragranti di mandolino, tepori d'organo, cartigli di lap-steel, un prodigarsi ora delicato e ora turgido alla bisogna: è la band complice, duttile e sensibile di cui Alela aveva bisogno, perciò non stupisce che il titolo le renda omaggio. Neppure sorprende, visti i trascorsi, l'ispirazione che sostiene le tracce in scaletta, ballate che spacciano enfasi asciutta, calda inquietudine ed elastica risolutezza.

Degne di nota una Suzanne che coglie il punto di fusione tra il Bob Dylan di Desire e quello di John Wesley Harding, una Elajah dalla balsamica trepidazione, quella Heartless Highway che sfarfalla jazzitudine e spersa acidità. Abbiamo forse perso un'interprete insolita, ne abbiamo guadagnata una che potrebbe dare una bella rinfrescata alla tradizione.

(7.0/10)

Scheda: Alela Diane

Pubblicazione: 07 Aprile 2011

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