Dire davvero cosa significhi la parola 'folk' oggi è un'impresa complessa, forse impossibile. In un genere/non genere che prima dell'era pop designava quello che non era musica colta, ma che aveva una matrice folklorica, spesso locale e legata alla trasmissione orale, oggi invece troviamo tanto il cantautorato delicato di Devendra Banhart, gli spruzzi pop di tutte le band indie-folk che circolano a tutte le latitudini, il recupero della tradizione come fa, per citare qualcuno di casa nostra, Riccardo Tesi. E ci stanno pure gli Erland and the Carnival, che riescono a recuperare tanto il folk britannico quanto una psichedelia conturbante e rock, oltre a qualche sfumatura world. Già nel primo disco omonimo targato 2010, il gruppo prendeva brandelli folk e li aggiornava alla propria sensibilità, fatta di urgenza comunicativa e una forte personalità. Oggi il discorso si amplia, prendendo ispirazione da testi oscuri, che possono essere tanto articoli di giornale quanto brani di romanzi d'inizio Novecento o discorsi politici, in un immaginario che pesca da una fila di nomi lunga così: Ennio Morricone, Bert Jansch, Joe Meek, tanto per citarne alcuni.
Dietro alla ragione sociale si nascondono il chitarrista e cantante folk Erland Cooper, Simon Tong (The Verve) e David Nocky (già batterista per il progetto Fireman di Paul McCartney), che si sono incontrati quasi per caso, hanno fatto una jam session e lì, su due piedi, hanno deciso di formare una band, che tutto sommato si erano divertiti a suonare insieme. Il sound che esce da questo lavoro è davvero debitore di quella cultura musicale molto londinese (e in generale proprio britannica 100%) che ha fatto scaturire quel supergruppo nel quale ha militato anche lo stesso Tong, ovvero The Good, the Bad & the Queen, il cui cantante, un certo Damon Albarn, è il proprietario dello studio dove si è registrato l'esordio dello scorso anno.
L'album è stato registrato nella stiva di un imbarcazione ancorata sulle rive del Tamigi: immaginatevi un sabbah psichedelico moderno in cui convivono le rivisitazioni dei The Coral via Bert Jansch (Map of Englishman), gli accenti doorsiani (This Night, I'm Not Really Here), folk in salsa shoegaze (la titletrack, Emmeline), melodie appiccicosamente pop (Springtime). Rispetto al debutto, Nightingale è un'affascinante virata verso uno psichedelia oscura e inquietante dai testi colti e gusto tipicamente retro-pop che guarda giù nei sottoscala del teatro inglese. E' un lavoro terribilmente affascinante. Culto istantaneo.
(7.4/10)
Scheda: Erland and the Carnival
Pubblicazione: 21 Marzo 2011
File under: psych-folk-pop
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