Recensione
Moritz Von Oswald Trio - Horizontal Structures Moritz Von Oswald, Vladislav Delay, Max Loderbauer
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ambient, jazz, etno Voti redazione e staff

Moritz Von Oswald, Vladislav Delay, Max Loderbauer

Moritz Von Oswald Trio - Horizontal Structures

Honest Jon's Records

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Pensavamo che i tre del Moritz Von Oswald di Vertical Ascent e del Live In New York avessero inaugurato un side project di lusso più che qualcosa di concreto e continuativo. Eppure nulla, per il momento, vieta loro di sfornare dischi tanto frequentemente quanto i cugini jazzisti, unendo esplorazione e affiatamento.

Horizontal Structures viene pubblicato ancora una volta dalla Honest Jon’s di Damon Albarn ed è un lavoro che innanzitutto risponde al mancato effetto sorpresa attraverso il due elementi preziosi nell'economia del sophomore: la chitarra blues psych silenziata di Paul St Hilaire (aka Tikiman) apre magnifici ponti con l’estetica bucolico new agey dell’accoppiata David Gilmour e Orb di Metallic Spheres (Structure 1), mentre il double bass di Marc Muellbauer (del giro ECM) introduce chiaroscuri post-wave à la Bill Laswell perfettamente amalgamati nell’ossatura ambient dub voluta da Oswald, personaggio, ahinoi, sempre più evanescente e auto confinato al missaggio e ai delay.

Altra caratteristica interessante – e la si nota in Structure 2 – è l’esplorazione ancor più consapevole ed accurata di quella terra di mezzo tra il sempre fondamentale My Life In The Bush Of Ghosts di Brian Eno e David Byrne e i quartomondismi del proverbiale Jon Hassell, a cui s’uniscono il giro post-punk del basso e una chitarra fusion balearica sullo sfondo.

L’incursione funky spezzata della Structure 3 - con un essenziale Louderbauer al synth dub/reggae - rileva qualche pericolo di autoreferenzialità che ritroviamo pure nella successiva suite di 20 minuti (Structure 4), metà techno-dub metà kosmische tedesca con le percussioni di Ripatti (non più in 4/4) e il funk acustico dell’ottimo Muellbauer. La quinta traccia, disponibile nella sola versione in download, affonda ancor di più nell’esotico/esoterico dei 70s fino a perdersi nel mare di Java.

Un più che discreto seguito con almeno due momenti ottimi a inizio scaletta (Structure 1 e Structure 2) e della buona qualità nelle restanti tracce. È evidente: sono stati i contributi degli ospiti ha dare linfa e sfumature fondamentali a un lavoro che avrebbe potuto immaginarsi più ardito, a partire dall'autorappresentazione di sé come ensemble aperto e non più come trio. Moritz, del resto, assomiglia sempre più al Miles Davis deus ex machina dei Settanta (Cobblestone Jazz prendete pure appunti). Se l'esordio era in verticale, perché esplodeva della carica intrisa di novità, questo seguito è in orizzontale: una meditazione rilassata ma pienamente cosciente su cosa sia l'elettronica now. E non è poco.

(7.2/10)

Pubblicazione: 08 Marzo 2011

File under: ambient, jazz, etno

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