Recensione spot
Magic Sean Rowe
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folk-rock-blues Voti redazione e staff

Sean Rowe

Magic

ANTI-

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Il ragazzo viene da Albany, stato di New York, e ha cominciato a calcare i palchi con la sua chitarra all'età di tredici anni. Nella sua saccoccia tutte le strade senza fine dell'America, i monti Appalacchi, le lumberjack dei boscaioli, le camicie a quadri della working class che si ritrova in un diner, il whisky a buon mercato, Henri David Thoureau e tutto il suo succhiare il midollo della vita.

Il ragazzo scrive canzoni che sono storie, perché la musica è la sua vita, è la Vita. Incide un po' di canzoni, magari direttamente nello stanzone sopra il ristorante di famiglia, in solitudine, baciato in fronte dal sole al crepuscolo, mentre i fantasmi di tutte le persone di cui parla si affollano nella mente, si insinuano tra le note, prendono consistenza. La sua voce baritonale ha un timbro particolare, pieno e caldo, capace di dare vita alle parole che canta. Ma ancora nessuno se n'è accorto. Che importa: si suona e canta per il gusto di farlo, per la musica stessa.

Il ragazzo ha questo pugno di canzoni pronte e levigate, custodite gelosamente da chi le ha incontrate, e solo dopo un limbo nel sottobosco USA, un'etichetta vera, di quelle che hanno ancora i talent scout con le orecchie aperte, gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: "Ehi, pubblicheremo la tua roba". Il ragazzo, con un sorriso timido, si fa accogliere da quelle ali protettive e ce lo ritroviamo nello stereo.

Quello che accade dentro a Magic è un continuo dialogo tra Sean Rowe, questo il nome del newyorkese con la voce che ti stende, e una serie di padri nobili della musica che sta all'incrocio tra il country, il folk e il blues: la storia stessa della musica americana. Ci si ritrova tutti, da Bruce Springsteen a Steve Earle passando per Gil Scott-Heron e scia blues a seguire. Partecipano al simposio anche alcuni ospiti venuti da lontano, a cominciare da quell'irlandese testa calda di Van Morrison, quel signore di Leonard Cohen e quel satanasso di Nick Cave. A stendersi come un tappeto sotto alle storie di Rowe la chitarra (perché capita che il ragazzo sappia anche suonare, oltre che cantare e scrivere) e molti altri strumenti (violoncello, xilofono, pianoforte, sintetizzatore, percussioni) spesso usati solo per dare senso a piccoli dettagli e rendere così grandi le canzoni.

Il ragazzo adesso non sta più dentro a una foto sbiadita in bianco e nero. Oggi il ragazzo ha preso la chitarra, se l'è messa in spalla e si è messo in viaggio. Ha salutato gli amici/maestri e ha le spalle abbastanza larghe per mostrarsi a tutto il mondo. Certo, ha ancora bisogno che qualcuno gli dia qualche consiglio, che qualcuno di tanto in tanto gli metta una mano sulla spalla. Ma quando attacca una qualsiasi delle dieci canzoni che qui ha voluto contenere, riesce a parlare direttamente al cuore di chi lo ascolta. Questa è la sua grande capacità: saper veicolare emozioni, e non vergognarsene, anzi trarne la forza per inchiodarti alla sedia. Non è forse tutto quello che cerchiamo nella musica?

(7.6/10)

Scheda: Sean Rowe

Pubblicazione: 06 Marzo 2011

File under: folk-rock-blues

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