Strane cose accadevano in quegli ‘80 di cui oggi si ha - principalmente per i motivi sbagliati - una certa nostalgia. Vallo a spiegare ai ragazzi di oggi che non di solo synth-pop e robaccia plastificata vivevamo; che c’era un sottobosco dove passione, geniale artigianato e sguardo acuto sul passato dettavano le regole. Un po’ ovunque, il meglio di quel decennio recava allo spegnersi della new wave il segno profondo dei fab sixties: in modo particolare la scena “neo psichedelica/neo garage”, diffusa su ambedue i lati dell’Atlantico e portatrice di belle cose anche nel Belpaese. Chi avrebbe mai pensato, infatti, che vicino a Diaframma, Litfiba e Gang vi fosse anche spazio per un talento che, lontanissimo dal revival, rileggesse il più fulgido acid-rock con attitudine sincretica gettando un ponte tra la California dei Gun Club e quella di un decennio anteriore?
E ciò, si badi, in un’epoca in cui incidere dischi non era la passeggiata attuale e figurarsi pubblicarne. Nondimeno assistevi a sforzi creativi sconosciuti alle odierne generazioni del “tutto e subito”. A far breve una storia raccontata con dovizia di particolari da Federico Guglielmi - colonna portante del giornalismo musicale nostrano; persona “informata sui fatti” come poche altre; figura coinvolta fattivamente nella crescita del “nuovo rock” italico - diremo che Maurizio Curadi , deus ex machina pisano della formazione, si faceva le ossa negli Useless Boys e nei Birdmen Of Alkatraz. Che nell’87 esibiva un sensazionale biglietto da visita registrato in totale autarchia con il mini Serena Maboose: là si rincorrevano torride scorribande chitarristiche e metamorfosi beefheartiane di Bo Diddley, un Robert Johnson pervaso dallo spirito di Jeffrey Lee Pierce e crocevia tra 13th Floor Elevators e Grateful Dead. Che il meglio lo dava un anno e un allargamento di line-up dopo, nel fenomenale lp Pow Wow: tra gli apici assoluti della “nuova” psichedelia e tra i pochi a dirsi sul serio nuovo, aggiungeva a quanto sopra rapimenti lisergici, arditezze strutturali e ruvidi blues viepiù scintillanti.
Un passaggio alla lingua di Dante nel canto e contatti con l’I.R.A. in corso, Curadi svoltava musicalmente con altri progetti salvo rimettere la formazione in pista venti e passa anni dopo. Dentro questi due cd, racchiusi in un elegante digipack e accompagnati da un curatissimo libretto, troverete tutto quanto fu pubblicato in quei tre anni e una messe di demo, estratti live e versioni differenti di brani noti che rendono il piatto ancor più gustoso. E fondamentale, sia per chi c’era che per coloro i quali, data l’età, hanno inseguito con la fantasia una leggenda sinora patrimonio di pochi.
(8.0/10)
Scheda: Steeplejack
Pubblicazione: 07 Marzo 2011
File under: neo-psichedelia
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