Recensione
Cotonou Club Orchestre Poly-Rythmo
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africana Voti redazione e staff

Orchestre Poly-Rythmo

Cotonou Club

Strut Records

Senza tema di smentite “la più grande band del Benin”. Oppure, come si prefissano i diretti interessati, l’onnipotente. Giustificata guasconeria a parte, a contare è il ritorno discografico dell’Orchestre Poly-Rythmo dopo più di vent’anni sotto forma di un festoso biglietto da visita destinato all’Europa. Responsabile una Strut che, seria come d’abitudine, accoglie questi arzilli vecchietti dopo un anno di concerti prestigiosi e il recente ripescaggio da parte di etichette come Soundway e Analog Africa di brani di un repertorio ampissimo. Cose di una fedeltà stereofonica non elevata ma artisticamente esaltanti, che mostravano un ensemble partito nel ’64 come Groupe Meloclem e giunto alla definitiva ragione sociale quattro primavere più tardi. Che nel decennio 69-79 segnalava un talento capace di spaziare da ritmi vodoun al funk tramite la salsa e l’afro-beat, vantando collaborazioni con Manu Dibango e le lodi di Fela Kuti.

Era nondimeno grazie all’interessamento della giornalista transalpina Elodie Maillot che se ne scopriva la grandezza: persasi dentro i loro album, si recava a intervistarli e fungeva da supporto alla preparazione di questo lavoro che, registrato a Parigi con calde tonalità analogiche avvalendosi di ospiti “influenti” (Angelique Kidjo per il rutilare di Gbeti Madjro; Nick Mc Carty dei Franz Ferdinand per la sensazionale afro-disco secondo i Talking Heads Lion Is Burning) alterna - senza cali qualitativi - episodi del passato a materiale di più fresca composizione. Echi caraibici e screziature soul, fiati pingui ma squillanti, un guizzare di chitarre tra tribalismi e arguzie da cui non vorresti mai separarti.

(7.3/10)

Pubblicazione: 29 Marzo 2011

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2011)

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