Quando dici l’iperattività: poco più che trentenne, Walbourne ha già prestato la propria abilità di strumentista a Pernice Brothers e Son Volt, Jerry Lee Lewis ed Edwyn Collins, Pogues e Pretenders. Il ragazzo di Muswell Hill - lo stesso quartiere dove è nato Ray Davies: le assonanze finiscono lì - possiede entusiasmo ed energia, nondimeno farebbe meglio a capire cosa vuol fare. Perché un conto sono le composizioni altrui: le tue sono come figli che devi nutrite e allevare. Non basta abbellirle per cavarsela, altrimenti rimangono esempi di bella calligrafia persi nell’iperproduzione odierna.
Nonostante la buona volontà, il Nostro (coadiuvato da navigati strumentisti come il batterista Jim Keltner e Ivan Neville alle tastiere) propone infatti un rock bagnato di folk e country che persuade solo nel Richard Thompson senza pathos di Northern Heights, nei Little Feat “giù alla fattoria” di Waiting Room Blues e nell’Irlanda a stelle e strisce di Sailed The Seas. Principalmente smarrendosi dentro un patinato songwriting primi anni ’70 (BBC), carinerie dal basso peso specifico (Songbird) e presentazioni impeccabili (il Paul McCartney zuccheroso in Fool, laddove Road guarda a Harrison; meglio però l’Elvis Costello convocato per Never Going To Leave). Gioca a nascondino con l’ascoltatore e forse anche con se stesso, James, ma l’impressione è che debba ancora sgobbare per sé, e parecchio.
(6.5/10)
Scheda: James Walbourne
Pubblicazione: 28 Febbraio 2011
File under: americana
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