Nessuno potrà mai rimproverare Mark Clifford e Sarah Peacock di non avere il dono della sintesi. Tutta la storia dei Seefeel è la continua ricerca di leggere il presente attraverso lenti tanto deformanti quanto rivelatrici. A quindici anni di distanza da quel discusso canto del cigno che fu (CH-VOX) i due membri storici della band britannica, complici i sodali uomini della Warp, arrivano a consegnare alle stampe un disco nuovo, che ha il sapore della rivincita. Complici una “air du temps” da fine decade e una sezione ritmica completamente rinnovata con il bassista Shigeru Ishihara e l’ex batterista dei Boredoms, Iida Kazuhisa, questo disco omonimo fotografa perfettamente gli anni che stiamo vivendo meglio di qualunque articolo o trattato musicale.
Se lo storico Quique era una riuscitissima polaroid dei primi anni ’90, con il suo geniale idioma trance che anticipava quasi tutto quello che di li in poi si sarebbe chiamato post-rock, il nuovo omonimo pur non avendo la stessa carica preveggente dice chiaramente alcune cose sugli anni presenti che val la pena di sottolineare:
1. Usciamo fuori da una decade di animalismi collettivi dove l’elettronica e il folk spesso si sono dati l’un l’altro un abbraccio mortale (o vitale a seconda dei punti di vista). Non a caso un generale humus bucolico e pastorale (finanche terzomondista ) salta fuori tra le spire astratte dei loro consueti liquidi turbinii elettro. Faults aveva già indicato questa direzione, ma ancora meglio fanno brani come Dead Guitars e Airless.
2. Se è vero che il dub è sempre stato una loro chiave di volta, questo disco merita di essere considerato come la loro massima espressione in tal senso. Complici la pesantezza tutta analogica della sessione ritmica, brani come Rip-run e Making riescono a far dimenticare i corridoi neurolettici di Succour finendo con l’arrivare, in molti punti, vicinissimo a gente che pur trafficando col dub partiva da premesse completamente diverse come gli ultimi Gang Gang Dance.
3. Quello che ormai rimane dell’ascendenza shoegaze è ridotto al contorto fuzz elettronico di una serie di drones mandanti in reverse e controreverse, da un mixer mai come ora usato in maniera strumentale. Clifford e Peacock ottengono così una serie di manipolazioni masturbatorie (è il caso di bozzetti indefiniti come Gzaug e Sway) dove le frequenze vengono tirate e ritirate fino allo spasimo disegnando una serie di astratti eden dell’oltre umano - “zones without people” direbbe qualcuno - che odorano della stessa psichedelia sintetica in voga presso i “new age punksters” di quest’ultimo lustro.
E’questa, dopo una decennio, la storia del (non) rock secondo i Seefeel.
(7.0/10)
Scheda: Seefeel
Pubblicazione: 01 Febbraio 2011
File under: psych ambient
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