Le due facce dei Faust si contrappuntano. Dopo l’addio proclamato da Hans Joachim Irmler (Faust Is Last), il testimone passa a Jean-Hervé Péron e Zappi W. Diermaier, di fatto i maggiori depositari (in termini quantitativi) del marchio, almeno negli ultimi anni, live compresi.
Va da sé che il suono dei Faust odierni dipenda dalle personalitŕ che se ne prendono carico. Something Dirty somiglia profondamente alla mole di Zappi. La sua batteria pachidermica, i metalli percossi, sono un’avvisaglia che percorre il tessuto ritmico di tutto l’album, ne detta la cifra stilistica. Parimenti, il sapere krauto Péron-iano, fatto di synth chitarre e fiati, č uguale a se stesso eppure sempre scientifico, specie quando si sceglie l’opzione del rumore. Come da copione, non mancano i coadiuvanti, in questo caso – come nel 2007 - James Johnston e la voce femminile di Geraldine Swayne (in un valzer di contributors a cui dai Novanta i due krautrockers ci hanno abituato).
I Faust sono ormai un incedere, un modo di procedere, che potrebbe non finire mai. Una postura nel cammino tra l’uomo e la macchina, anzi, ancora, un motore antropomeccanico propulsivo che agisce su di sé e sugli innumerevoli altri che a quel motore si sono ispirati. I Faust prendono parola per se stessi, dopo aver fatto da cassa di risonanza per la storia della musica, ma non di meno rinnovano una pratica da lasciare agli altri, perché continuino a prenderne spunto.
Dentro tali binari, Something Is Dirty somiglia a volte (Tell The Bitch To Go Home) ai tanto bistrattati anni del dopo Faust IV, certamente minori (di parecchi gradini) ma capaci di far annidare una disumanizzazione sincera (Whet, Dampfauslass 1), meno intelligente, forse, ma molto efficace e diretta alla corteccia dell’ascoltatore. La chiave, come anticipato, č il rumore, una saturazione noise, una predilezione verso la distorsione forse mai cosě insistentemente perseguita dalla band (in questa formazione), tanto da rendere l’album quasi muto, a forza di saturarlo. C’č spazio solo per un accenno di emotivitŕ (Herbststimmung č un crescendo – quasi Mogwai-ano!- di chitarre distorte e meccanica percussiva), tutto il resto č sporcizia radioattiva, come nelle migliori famiglie che non si concedono compromessi. Se non sapessimo che per i diretti interessati la musica non č nient’affatto una cosa seria, questa volta ci sembrerebbe che i Faust ci credano davvero.
(7.0/10)
Scheda: Faust
Pubblicazione: 13 Febbraio 2011
File under: krautrock
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