Recensione spot
Animals Dwarr
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hard-rock Voti redazione e staff

Dwarr

Animals

Drag City

Animals è la riscoperta dell’uomo Duane Warr, oltre che del musicista Dwarr. È sempre un rischio mischiare biografia e musica, ma è imprescindibile il disagio personale – e la sua riformulazione in note - per leggere la tragica urgenza espressiva di Duane. Scimmia da fabbrica, cantautore depresso, nei pieni Ottanta a noi oscuri della provincia americana, dove prendere e rinchiudersi in una roulotte con un Tascom 8 tracce e partorire l’album più sofferto e più utile alla catarsi personale, alla esternalizzazione della psicopatia nelle note dell’hard-rock a volte stigmatizzabile del secondo LP a firma Dwarr.

La solita Drag City ci dà l’occasione di ascoltare il continuo gioco funereo e intimo, carnascialesco e creativo di Dwarr. Una mente musicale capace di produrre canzoni senza il minimo accenno di personalità, impossibilitate a emergere dal genere di riferimento sabbathiano (Ghost Lovers, Are You Real), ma anche personaggio in grado di spendere la mossa esattamente contraria, ossia la composizione di pezzi davvero memorabili, come la ballata diluita, dignitosamente rassegnata e umorale, e psichedelica insieme, di Lonely Space Traveler, con splendidi quanto semplici cambi di tonalità e un afflato senza tempo, degno del finale di The Parable Of The Arable Land. Così avviene anche per la title-track, capolavoro che aggiorna l’apocalisse dei Black Sabbath ai synth e allìobliquità dei Pere Ubu. E ancora, i diffusi riti funerari e i ricami demoniaci della chitarra (That Deadly Night), le campane come necessità timbrica (Time).

Cosa vuol dire fare questa cosa nel 1986? Vivere confezionando materiale plastico, cadere in depressione, innamorarsi di riff e assoli e riprodurli nel disco della vita (al quale ci saranno seguiti, anche recenti, ma non a questo livello)? Dwarr apre uno spiraglio, nella bagarre dei generi e delle onde che si rincorrono negli Ottanta, e ci fa pensare alla forza possibile del solipsismo, accanto ai movimenti collettivi e capaci di dialogare con le riviste. Ci può far pensare allo spirito del tempo e alla sua estrema variabilità di traduzione in musica. Una ristampa che desta attenzione, anzitutto perchè non è facile nel 2010 rispolverare qualcosa. È atteggiamento e operazione che sembra diventata impossibile negli anni in corso. Forse ancora non completamente.

(7.4/10)

Scheda: Dwarr

Pubblicazione: 05 Gennaio 2011

File under: hard-rock

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