Recensione
Rat At Tat Jason Collett
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ultra-pop Voti redazione e staff

Jason Collett

Rat At Tat

Arts & Crafts

Chissą se, oltre a prestare la chitarra ai connazionali e padroni di casa discografica Broken Social Scene, Jason si diletta di pasticceria. Cosģ fosse, potrebbe incanalare colą la propensione ai dolciumi pop dal basso tenore calorico e dal gusto persuasivo come quelli qui confezionati con i compagni di merende Zeus. Base strumentale solida di un disco che nella penna omaggia il miglior Ray Davies (afflitto in Winnipeg Winds e festante al confine tra Texas e Messico in Vanderpool Vanderpool), che immagina Bob Dylan in abiti pił del solito eleganti (The Slowest Dance, Rave On Sad Songs) e che pesca con intelligenza dal bagaglio dell’odierno pop-writer (spinte adeguatamente, le discrete Long May You Love e Love Is A Chain potrebbero andare lontano).

Autore consapevole della storia ma non prono di fronte agli stereotipi, Collett irrobustisce il John Lennon acidulo del White Album in High Summer e Lake Superior; sereno, all’affanno dei “cugini” statunitensi e alle apocalissi di Arcade Fire antepone l’arguzia figlia di Jeff Tweedy che emerge da Bitch City e Cold Blue Halo. Confermandosi figlio di Toronto, cittą decentrata a sufficienza per osservare le mode con distacco e leggerle attraverso un vetrino insieme appassionato e sornione. Soprattutto, dicendosi cavallo di razza meritevole di attenzione.

(7.2/10)

Scheda: Jason Collett

Pubblicazione: 30 Novembre 2010

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