Dice il saggio che un bel silenzio non fu mai scritto. E nemmeno inciso, se è per questo. La frase viene alla mente all'ascolto di questo nuovo disco di Ray Davies, l'autore di un pezzo di storia del pop-rock con i suoi Kinks. Qui è alle prese con quattordici duetti che ripercorrono altrettante tappe della sua sterminata produzione.
Dopo la messa in naftalina del gruppo, Ray Davies aveva atteso tredici anni per pubblicare il suo esordio solista, Other People's Lives, in cui riprendeva l'abitudine di raccontare storie in musica con la sua ironia british e il suo talento. Quelle canzoni e quelle contenute nel seguito, Working Man's Café, non aggiungevano nulla al personaggio, ma sembravano proprio un ritorno all'arte della canzone dopo che negli anni Novanta Davies aveva sperimentato altre forme di comunicazione.
Come suona See My Friends? Inutile e a tratti imbarazzante. Inutile come tutti gli album di duetti, fatti per il godimento di chi ci finisce dentro, magari coronando il sogno di suonare con quello che considerano un maestro, e poco per le orecchie dell'ascoltatore. A tratti imbarazzante, perché gli episodi di Jon Bon Jovi, Ritchie Sambora (insieme per Celluloid Heroes), i Metallica (You Really Got Me), Billy Corgan (All Day and All the Night/Destroyer) e Paloma Faith (Lola Ray) sono indifendibili. Vanno meglio quelli con Bruce Springsteen (Better Things), Alex Chilton ('till the End of teh Day) e Francis Black (This Is Where I Belong). Non che si incappi mai in canzoni imbarazzanti, perché la qualità è parte integrante degli originali e gli ospiti sono quasi tutti di alto livello, ma non se ne sentiva davvero il bisogno.
In questa Waterloo del duetto, spiccano i Mumford And Sons, che ci mettono il loro tocco folk/country e una coralità efficace (Day/This Time Tomorrow), e Lucinda Williams, che mette a Long Way From Home poco del suo, ma almeno ci regala una versione interessante.
(5.0/10)
Scheda: Ray Davies
Pubblicazione: 13 Novembre 2010
File under: rock reazionario
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