Recensione
Play It Strange Fresh & Onlys (The)
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sixties-garage Voti redazione e staff

Fresh & Onlys (The)

Play It Strange

In The Red Records

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Dichiarare di “farlo strano” e poi aprire con un pezzo (Summer Of Love) che per titolo e suggestioni rimanda al periodo aureo del sixties-pop, è per lo meno contraddittorio. In realtà, è strano di per sé che il sottobosco weird-garage in lo-fi, dai padrini Thee Oh Sees in giù, si dedichi con tanta sensibilità e abnegazione alla riproposizione del suono pop dei 60s. Quello tutto flower power, psichedelia soffusa, suoni solari e twangy e fluenti chiome al vento, per intenderci.

Sia come sia, Play It Strange è il terzo album lungo in nemmeno due anni per l’instancabile formazione di San Francisco e le coordinate di cui sopra sembrano, complice forse anche una registrazione avvenuta per la prima volta in uno studio professionale, messe più a fuoco.

Ci si muove su un versante spensierato e dreaming in cui le aperture psych-pop dei sixties-via-Paisley vengono trattate alla maniera (proto)punk tipica del sottobosco garage specie californiano ma, al di là di questo steccato, le atmosfere vengono sporcate di deserti morriconiani (Until The End Of Time, Waterfall), scheletriche oscurità pop post-Velvetiane (All Shook Up, Red Light Green Light) o bizzarrie esotiche suonate con la foga della band di John Dwyer (Who Needs A Man, la fluviale Tropical Island Suite).

Ne esce una forma eclettica, personale e ancora in divenire del revival sixties e che, in fin dei conti, dà loro ragione.

(7.0/10)

Pubblicazione: 06 Novembre 2010

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Stefano Pifferi
Stefano Pifferi (Album 2010)

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