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Avalon Roxy Music
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pop rock Voti redazione e staff

Roxy Music

Avalon

Polydor

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Qui bisogna tirare in ballo la memoria. Estate 1982. Ancora ubriaco di mondiale spagnolo e adolescenza sul punto di sbocciare, attraversavo quelle calde settimane accompagnato da una dolce ossessione radiofonica. Neanche sapevo chi fossero, i Roxy Music, e di cotanta ignoranza More Than This ne guadagnava parecchio in esotismo. Era come il richiamo di un passato vagheggiato e di un futuro dietro l'angolo, promessa di languori così imminenti da rabbrividire eppure così inimmaginabili. Non potevo saperlo, e ce ne ho messo a farmene un'idea, ma quella canzone e quel disco dettavano - non certo in esclusiva - i contorni di un universo estetico che avrebbe accompagnato gli anni formidabili e scellerati di lì a venire.

A pensarci bene, ora che possiamo farlo, i Roxy Music con Avalon non facevano altro che restare fedeli a se stessi, ovvero all'arte del raccolto art-pop. Dieci anni prima, dieci anni che sembravano un secolo, tirarono le fila del "mainstream progressivo" - psych, glam, un pizzico di kraut, premonizioni wave - apparecchiando un desco febbrile e accattivante, quasi un controcanto cool all'ormai vetusto banchetto degli straccioni di Stones e simili. Sembrava spingerli una bramosia di futuro prossimo, un muoversi con quell'attimo di anticipo che ti fa stare sulla mattonella giusta al party dei fighi. Baciati in bocca dall'estro irrefrenabile di un Brian Eno mai più tanto giovane, Bryan Ferry e compagni si disimpegnarono alla grande pure dopo la sua dipartita, cavalcando con stile lubrico le fregole dance e wave, realizzando così un progressivo abboccamento sonico che li portò infine a bazzicare le zone alte delle charts con Flesh And Blood (1980).

Nelle retrovie e in profondità accadevano fatti musicalmente più ingenti, certo, ma i Roxy annusarono i tempi e quelli suggerirono d'interessarsi al fremito della superficie. Lo fecero così bene che Avalon rappresentò un cliché irrinunciabile per tutto - tutto - l'addivenente new romantic, a cui si rifece in primis Ferry stesso per il suo Boys And Girls (1985). E' al disimpegno arguto, lieve e struggente del post-punk che guardarono quegli ultimi Roxy Music, così come alle fregole etno riprocessate dai David Byrne (via Eno) e dai Peter Gabriel, piegando il tutto alla strategia di decadenza atmosferica - celluloide d'appendice, mitologie d'accatto, tabacco languido e abiti firmati - e spasmi funk smussati.

Elaborarono un suono che evitava il trabocchetto ludico del neo digitale per inventarsi un'artificiosità coerente, eterea ma intensa, virtuale ma pregna d'umori: il sax di MacKay un pastello fluorescente, la chitarra di Manzanera un cartiglio laser, le tastiere come cortine fumogene aromatizzate. E' una soundtrack da interno notte, figure sinuose nel buio, frenesia stilizzata e divanetti discreti, la voluttà ansiosa di fingersi al centro di qualcosa che sta accadendo, se mai accadrà. Musica-avatar per una generazione che ambiva provare l'ebbrezza della reinvenzione di sé.

Forse proprio per questa sua marcata periodizzazione, o perché non sono uscito vivo (non del tutto) dagli anni Ottanta, l'ascolto di Avalon oggi non mi scalda. Al netto dei sussulti nostalgici, s'intende. Per lo stesso motivo tuttavia non posso non ritenerlo, a suo modo, epocale. E un canto del cigno perfetto.

(7.0/10)

Scheda: Roxy Music

Pubblicazione: 01 Dicembre 2010

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Stefano Solventi

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