Fateli i conti, che male non è e - specialmente in retrospettiva - senza dubbio aiuta. Meraviglie del distacco che permette di rileggere serenamente e (ri)contestualizzare fenomeni e tendenze. Chissà che diremo tra vent’anni del glo-fi, tanto per dirne una: seccature delle generazioni che saranno, se un giornalismo musicale esisterà ancora e soprattutto un mondo a contenerlo. Prendete ad esempio la fulminea stagione di Madchester: scaduta l’Ecstasy, cosa resta? Un Capolavoro assoluto nell’ultimo anno dei Capolavori assoluti (Screamadelica); un disco splendido ma che c’entrava nulla, semmai era tra gli ultimi esempi di chitarrismo anni ’80 britannico (The Stone Roses); i borgatari Happy Mondays, che condussero accidia e cinismo in classifica; qualche singolo di Inspiral Carpets a rendere meno tristi le spente ceneri. Gli elettronici 808 State, ma anche lì era un’altra storia.
Aggiungete pure un altro lp, che al tempo fece tremare la stampa nazionale in virtù del physique du role di Tim Burgess, cantante della band che ne era autrice. Dei Charlatans di Some Friendly, oggi, colpisce il porsi in una nicchia dalla quale osserva i coetanei e quanto seguì - sfortune e tragedie incluse - il suo fiorire appassionato e caldo. Se nessuno dei tanti lavori successivi dei Ciarlatani lo vale, rimane faccenda notevole che ricorda come, da sempre, il miglior pop d’oltremanica paghi pegno alla musica nera. Dal suono sensuale tuttavia sostenuto dei mancuniani (Northwich, per la precisione) risali a Brian Auger, alla Graham Bond Organization, allo Spencer Davis Group (il tastierista Rob Collins esemplare e idem lo scintillante traino nelle charts The Only One I Know). E anche, in versione light, a quei Prisoners da dove sbucava il traghettatore dell’organo Hammond, James Taylor. Non fosse che quanto era ruvido errebì in buccia d’orecchiabilità si era col senno di poi venato di jingle-jangle (l’innodica Sproston Green vicina ai R.E.M. di Green) pur seguitando a voler la pelle nera con Believe You Me e Polar Bear (i ragazzi collezionavano anche 12” di house chicagoana; anni dopo, Burgess avrebbe cantato con i Chemical Brothers, pronti a ricambiare tramite un remix) e ricordare i ’60 (White Shirt).
Erano baggy come Elvis Costello era punk - cioè poco o nulla: l’errore era prospettico - e semmai preferivano sapevano incupirsi (Then) e lanciarsi in una neo-psichedelia morbida tipicamente albionica (You're Not Very Well, Sonic). Cercavano il groove cautamente danzabile mentre erano in “viaggio” e viceversa: ecco l’alchimia che qui funziona con costanza e sarà per loro l’unica volta. Prova ne sia che, a fine estate 2010, ne è stata pubblicata una doppia versione “deluxe” su cd con session radiofoniche e varie chicche aggiunte; e che, più di ogni altra cosa, riascoltarlo non abbia offerto semplice nostalgia. Melting Pot si intitolava una ben compilata raccolta del ‘98 che consigliamo a integrazione, ed era vero: confuso e forse involontario, ma lo era.
(7.7/10)
Scheda: Charlatans (The)
Pubblicazione: 30 Ottobre 2010
File under: madchester pop
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