Recensione spot

Beatrice Antolini

Bioy

Urtovox

Bookmark and Share Gallery

L'arte di Beatrice Antolini risiede nel saper decontestualizzare e riconvertire particolari musicali diversissimi tra loro. Un dipingere immaginari weird con accostamenti che vanno oltre la coerenza ortodossa di un genere, sfociando in una musica centrifuga che è prima di tutto attenzione per la ricchezza del suono. Un Sud America piroettato sui tasti del pianoforte, certa psichedelia vaporosa, una classica da fondale dipinto, qualche drappeggio pop: di questo è fatta la sostanza del verbo antoliniano. Di volta in volta rielaborata, ricombinata, contaminata, alla luce di una maturità stilistica che parrebbe dietro l'angolo ma che in realtà sposta coscientemente il proprio punto di arrivo sempre un po' più in alto.

Bioy recupera le tematiche che avevano reso il precedente A Due un deciso passo in avanti rispetto all'irruento Big Saloon (complesse aperture strumentali, cambi di registro inaspettati, progettualità unitaria) arrivando a una sintesi ormai lontana anni luce dagli esordi. Con un funk-wave coeso e pseudo-futuristico - “I riferimenti agli anni '70 sono più che altro cromatici e credo che un certo funk di quel periodo sia stato molto importante per me. Ma la mia musica è la mia musica e assomiglia a me, nel bene e nel male" - che è soprattutto arte dell'incastro in una spessa coltre ritmica focalizzata sul groove, sulla stratificazione. Come dimostrano gli Ottanta di una Madonna distesa sul tappeto di fiati di We're Gonna Live o il tribale sottomesso e spacey di Eastern Sun, i droni di synth di Night SHD o una Bioy in bilico tra percussioni in stile Joy Division e certe tastiere in levare filo-reggae.

E' l'organizzazione a far la differenza. Il saper trovare il giusto equilibrio per ogni dettaglio nell'ottica di un progetto che per la prima volta nella storia discografica di Beatrice sembra possedere radici profonde (gli Eightes). Grazie a un'inedita quadratura e a un rigore da session man capaci di conciliare la strumentazione di cui è diretta responsabile la padrona di casa (batteria, percussioni, sax, moog, piano, basso, chitarra, clavinet) con i contributi alla tromba/violoncello/sax (anch'essi trattati, decontestualizzati, alieni) degli ospiti Mattia Boschi / Enrico Pasini / Andy (Bluvertigo). Per un disco che ha tutto l'aspetto di un punto di arrivo. O per meglio dire, di uno dei tanti possibili.

(7.5/10)

Pubblicazione: 01 Novembre 2010

File under: funk-psichedelia

| Archivio
Fabrizio Zampighi
Fabrizio Zampighi (Album 2010)

Rss
copertina pdf #91