Sharon Van Etten è una vagabonda che nel tragitto New Jersey/Tennessee/Brooklyn s’è fatta espellere da scuola, ha lavorato da sommelier, poi in un non meglio specificato “locale per tutte le età” e per un’etichetta discografica. Già che c’era, si è incasinata la vita con qualche ragazzaccio che le ha spezzato il cuore. Questo se presti fede a quei moderni racconti mitologici che sono i comunicati stampa. Che si premurano di informarci inoltre che Sharon non è “una cantante che predilige prospettive femminili e non è una provocatrice” e che risulterà gradita a chi “è stufo del provincialismo di altre artiste” per le sue “osservazioni incisive e universali su perdita e amore”.
Al netto di tutto ciò, chi scrive ha incontrato una versione - logico, data la residenza - più urbana ma pure scolorita di Alela Diane (buone Save Yourself e la minimale Love More; Don’t Do It si agghinda e si piace troppo), che accelera il passo con discreto esito (A Crime, Peace Signs) e inciampa nel deplorevole FM anni ’70 One Day (a giustificazione della dedica ai Fleetwood Mac nel booklet). Chi scrive ha incontrato una volenterosa che, nello stanzone strapieno di colleghe, siede in fondo e raramente parla con autorità. Quando succede, le esce il sensazionale traslucido bordone da Kendra Smith terrena Dsharpg. Sulla base del quale chi scrive spera di incontrarla, infine matura, per il terzo album.
(6.7/10)
Scheda: Sharon Van Etten
Pubblicazione: 07 Novembre 2010
File under: folk
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