Suona strano dirlo, ma già alla fine dei favolosi Sessanta, in quello che al tempo chiamavano “underground” ed era a tutti gli effetti una terra di nessuno tra psichedelia, progressismo musicale e hard-blues, già si progettava il post-rock. Tanti i nomi che potremmo citare a comprova, ma uno su tutti basta e avanza: i King Crimson nascevano nel gennaio ’69 e si dichiaravano al mondo il luglio successivo, esibendo uno stil novo tutt’altro che dolce. Aspro e spigoloso, semmai, teso al superamento formale e strutturale del rock come lo si conosceva, dal quale erano bandite sì le scale blues ma pure i barocchismi e le derive classicheggianti che ammazzeranno ogni evoluzione plausibile fino all’arrivo del punk. A chiudere il cerchio l’evidenza che, in quei riff acuminati e in quelle fantasie ritmico/armoniche, trovi di già Slint e Don Caballero filtrati attraverso l’essenzialità dei Black Flag.
Discorso condotto con indiziabile chiarezza sin dal primo disco, che nel gusto comune ha sovente messo in ombra l’immediato successore ed è peccato mortale: figlio di una crisi, In The Wake Of Poseidon rispondeva con un rimpasto in line-up (da qui in poi allestita facendo fronte alle problematiche e secondo le esigenze progettuali di Robert Fripp: riecco il post-rock) e un’ulteriore complessità evidente nella tripartita The Devil’s Triangle (laddove lo schiaffo jazz-noise Pictures Of A City approfondisce l’irruenza di 21st Century Schizoid Man e Cadence And Cascade la melanconia di I Talk To The Wind). Accogliendo inoltre Keith Tippet e Mel Collins, navigando astrale e interiore nel brano omonimo e persino aprendosi al pop deviato nel sardonico singolo Cat Food. Da riscoprire, che di “interregni” di tale classe se ne sono ascoltati ben pochi.
Successore al controverso - ma ricchissimo, ottimo - Lizard, oggetto di ristampa filologica lo scorso anno, Islands ha radici in una formazione più stabile e di suo rappresenta un’autentica rarità per le atmosfere contemplative e certe visioni da Bitches Brew sbiancato. Accanto alla serenità di Formentera Lady, nondimeno, stavano una Prelude: Song Of The Gulls per oboe e triplo quartetto d’archi e la foga di The Sailor’s Tale. In una Ladies Of The Road insolitamente greve e sottono i germi dell’abbandono del paroliere Pete Sinfield, prodromi dell’ennesimo rimescolamento e del math-rock ante litteram dietro l’angolo. Ben di dio come al solito nel DVD allegato, tra versioni differenti e alternative che tali sono per davvero sono realmente: roba da indagare nelle pieghe perché mai come col Re Cremisi la perfezione emerge dal dettaglio, dalla cura maniacale profusa nella composizione e nell’esecuzione.
Qui anche i motivi che spingono Fripp a tornare sul discorso e (auto) pubblicare un’edizione del quarantennale che suona da incollarti al muro, recuperata dai master stereo originali. Come con i live editi negli anni passati, la differenza sta nel documentare e speculare, ecco. Il voto media due dischi e due momenti diversi però complementari di una vicenda per nessun motivo trascurabile. Voto che, in casi come questo, vale quel che vale.
(7.7/10)
Scheda: King Crimson
Pubblicazione: 29 Ottobre 2010
File under: rock progressista
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