Recensione
Mexican Hotbox Danuel Tate
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electro, nu-jazz Voti redazione e staff

Danuel Tate

Mexican Hotbox

Wagon Repair

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Il tastierista dei Cobblestone Jazz parte in solitaria e si cimenta con l’esordio sulla lunga distanza su Wagon Repair. L’etichetta canadese - che ha già pubblicato singoli del trio da cui Danuel proviene ed è gestita guardacaso dal compare Mathew Jonson- ha nel suo roaster gente eterogenea nel panorama elettronico mondiale, nomi che vanno dalla pesanteza del quattro sghembo di Seth Troxler, al minimalismo di Dinky, al dub di Deadbeat e alle uscite in singolo dell’altro Cobblestone Mathew Jonson.

L’ampiezza di visioni e di esperienze dell’etichetta sembra fittare a fagiolo con la proposta del buon Tate. La scatola messicana è un prodottino da consigliare chiavi in mano a chi ama l’elettronica non troppo intrusiva, i party che vanno su e giù di bpm senza sconvolgere troppo gli ospiti. In una parola coolness distillata sapientemente, attraversando ere e stili disparati (lo swing, il latin, il funk e l’electro per dirne quattro) che si riconducono sì al lavoro di composizione con il trio, ma che allo stesso tempo se ne discostano con un guizzo più chic.

Qui verrebbe da fare un paragone con un’altro mago del ritmo e della riscoperta delle tastierine analogiche di cui ci siamo infatuati molte volte: Danuel è uno Luke Vibert che guarda alla lounge da una prospettiva nuova, filtrata di esperienze live e di set in acidità behind the console. Senti il riffetto a 8 bit di Populatio e non potrai che memorizzarlo istantaneamente, sorseggiando un Martini; prova la coolness di Big Spender, la strizzatina ai privé Ottanta di California Can Can e ti accorgerai che Danuel ci sa fare di brutto. Anche da solo.

(7.3/10)

Scheda: Danuel Tate

Pubblicazione: 04 Novembre 2010

File under: electro, nu-jazz

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