Per parlare di Giancarlo Onorato occorre parlare di un cantautore come ce ne sono ormai pochi. Non tanto e non solo per la qualità di una produzione diradata nel tempo ma fondamentale negli esiti (quattro dischi dal 1996 ad oggi, dopo la fine dell'esperienza con gli Underground Life), quanto per la peculiarità di una scrittura da sempre differente rispetto alle tendenze in circolo. Come altri inestimabili outsider prima di lui (Flavio Giurato, Juri Camisasca, il Fausto Rossi degli anni novanta) Onorato ha sempre cercato la massima potenza espressiva delle sue canzoni attraverso un lavoro sulla densità della parola, proprio intesa letterariamente, e nel suo caso poeticamente. E di poeticità per una volta è bene parlare quando siamo dinanzi ad un autore che non teme la nudità estrema (eccolo probabilmente il maggior punto di contatto con gli outsider di cui sopra), l'imprevedibile e inconsueto utilizzo lessicale, in ultimo lo zenit comunicativo intercostale e sovrumano.
Sangue bianco, a sei anni di distanza dal precedente Falene, schiera le sue canzoni al bivio tra nascita e nulla, lungo un orizzonte lirico che mischia dolcezza essenziale ed erotismo radicato, laddove la carne si confonde con la purezza in un lascito di fecondità e misticismo. Sono per lo più ballad, arrangiate classicamente ma con lievi dettagli a determinare ogni singolo brano, in cui la grande gamma strumentale e i venticinque musicisti coinvolti (fra di essi un nugolo di nomi nuovi da tenere d'occhio ognuno nei propri campi: Christian Alati, Mario Congiu, Attila Faravelli, Christian Rainer, Davide Tosches) non mettono a repentaglio la compattezza di un lavoro che pulsa grazie alla forza dei propri spunti originari.
Ascoltate tracce come Else lied (dove i versi della poetessa tedesca Else Lasker-Schüler vengono immersi di una soffusa luce d'alba), Il tuo venire, Io ti battezzo (intrinsecamente religiosa, seppur in un senso del tutto anti-dottrinale) e la conclusiva Reginebambine, un'autentica preghiera d'amore generativo distante anni luce dalle lagne camerettarde di questi anni, e diteci se non è vero che di canzoni così ce ne sono sempre meno, se chi scrive non dovrebbe tornare con più frequenza – e soprattutto urgenza – al sangue, alle lacrime, alle ossa. In una parola alla vita: “passo e ripasso la lingua gentile sulla ferita / immaginandola colma di bellezza traboccata / fonte segreta, bocca di un nulla dimenticato”.
(7.5/10)
Scheda: Giancarlo Onorato
Pubblicazione: 25 Ottobre 2010
File under: canzone d'autore
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