Facilitŕ melodica e leggerezza, si diceva l’anno scorso a proposito del bel debutto (Sleepdrunk Seasons) del collettivo islandese Hjaltalín - guidato da Hogni Egilsson - che si ripropone ora a distanza di un anno e mezzo circa con Terminal (giŕ uscito nel 2009 in patria e ora distribuito).
Chamber pop cantato spesso a due voci, maschile e femminile, con massime variazioni in tempi e mood: le caratteristiche fondamentali del gruppo sono rimaste inalterate per questo sophomore album, in cui la cifra lirica č sempre presente, cosě come il talento compositivo e l’alchimia di gruppo, che avevamo giŕ rilevato. Degli Arcade Fire meno impetuosi, o meglio dei Broken Social Scene, con un amore per Burt Bacharach, Lee Hazlewood, Beach Boys, cosě come per la musica colta.
Di nuovo in Terminal c’č un maggiore senso della coralitŕ e un avvicinamento ad atmosfere da musical (Antony sembra essere dietro l’angolo) e in generale al pop sixties che prima era meno evidente - si prenda per esempio un pezzo come la mini suite Feels Like Sugar, che ricorda i duetti di Bacharach e certe cose di Dusty Springfield – per evidenziare questa piccola svolta. Non mancano anche piccoli richiami soul funk e disco assenti finora (la mutevole Seven Years con tentazioni Abba e Water Poured In Rain) e omaggi neanche troppo celati al maestro Robert Wyatt (la variabile Song From Incidental Music).
Talento confermato.
(7.2/10)
Scheda: Hjaltalín
Pubblicazione: 15 Ottobre 2010
File under: chamber pop
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