Mentre i Maxïmo Park si leccano ancora le ferite per non essere stati in grado di dare un degno erede a Our Earthly Pleasures, Paul Smith, che ne è il fulgido frontman e songwriter, si prende due dei migliori pop maker in circolazione, i Field Music, e sforna un side project a proprio nome, Margins.
Messa così sembra promettente, ma già dopo la prima passata, il risultato è la solita minestra: come accadeva in Quicken The Heart, dove a latitare erano proprio le canzoni, anche qui mancano i numeri per catturare davvero l’attenzione dell’ascoltatore. Smith para sul confidenziale nel classico registro cristallino che lo contraddistingue sin dagli esordi, piega le strofe del suo gruppo in una faccenda folk (This Heat) o in qualcosa di Morrissey-iano (I Drew You Sleeping), magari con l’aiuto degli ospiti (Strange Fiction è un brano dei Field Music?), eppure non riesce mai a darci l’impressione di crederci davvero. Brani dal crooning accorato come Alone, I Would’ve Dropped, oppure episodi sul lato più emozionale/rockista del disco (il remember anni ’90 di Dare Not Dive) sono la dimostrazione di quanto piacevolmente inutile sia un’operazione del genere. O quanto sia inadeguato Smith quando pretende d'arrangiare un brano à la Micah P. Hinson, con chitarrini e archi (Pinball). Si può salvare The Tingles, il resto alle ortiche.
(5.5/10)
Scheda: Paul Smith
Pubblicazione: 17 Ottobre 2010
File under: Songwriting
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