Si legge dalle note: John Ringhofer ha registrato il nuovo lavoro di Half-Handed Cloud, Stowaways (abbreviazione di As Stowaways in Cabinets of Surf, We Live-out in Our Members a Kind of Rebirth), mentre faceva il custode di una chiesa di Berkeley, grazie alla sua tape machine portatile. Sembra fili tutto con il passato dei cinque album di John, culminato nella raccoltona Cut Me Down & Count My Rings. Probabilmente il grosso dei fan rimarrà lo stesso, ma non certo quelli più affezionati all’obliquità a cui Ringhofer aveva abituato.
La sua musica ha sempre avuto la peculiarità di voler rincorrere gli appunti che scappano, che se non te li segni sono perduti. In Stowaways ciò contrasta con la tradizione iper-storicizzata, e condivisa, di alcuni inni americani del diciannovesimo secolo, espressamente citati nelle lyrics. Eppure Half-Handed Cloud lascia qualche pezzo sulla strada, finendo col risultare - per così dire - deficitario nella principale caratteristica della produzione precedente: essere memorabile e memorizzabile, avvicinando l’unicità, nella confusione lirica e melodica del sound espresso.
John ha sicuramente guadagnato in spirito sornione alla Kevin Ayers (The Sea Has No Face, I'm Over The Need To Bail), tutto sommato sorridente se ci pensiamo – ma come il Gatto del Cheshire carrolliano. I bozzetti della mezza mano funzionano ancora (Splashdowns Hold The Hymnal Together); HHC si mima clandestino, ma pur sempre entro la cornice del folk singer che non rinnega la provenienza (Out on the Ice, We Face Our Hearts) e la linearità, all’uopo (Divers Divers). Stowaways è un flusso di venticinque pezzi che ricorda gli esperimenti cantautoriali scanzonati – o de-canzonati (Concentric Groups of Mirrored Loops) – di Harry Nilsson o della giovialità para-cameristica di VanDyke Parks. Ringhofer non rinuncia all’arrangiamento “sovrascritto”, che include piano, ottoni, piccoli circuiti (Brooks Embracing Burdens).
Ma, in definitiva, lo scarto maggiore è quel suono ripulito, come fosse un vaudeville in chiaro, senza l’idea di carrozzone itinerante. Fa eccezione qualche solito frammento lasciato galleggiare (Guy With Driftwood Skin), complici i fiati e la schizofrenia dei vecchi tempi, che accalcava e continua in questo caso ad accumulare felicemente temi in rapidissima successione. E questo forse è l’Half-Handed Cloud che vediamo meglio e vedremmo bene nei prossimi capitoli ringhoferiani.
(7.0/10)
Scheda: Half-handed Cloud
Pubblicazione: 26 Settembre 2010
File under: schizo-folkpop
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