All'incrocio tra le nuove fortune della formula-duo di inizio millennio e il revival del cabaret nella sua versione avanguardistica e dark (dall'esperienza Tiger Lillies ai caposcuola Residents indietro fino al Cabaret Voltaire zurighese con una sosta presso il burlesque anni '90) si collocano i bostoniani Amanda Palmer e Brian Viglione, in arte Dresden Dolls.
Già il nome, con le due D che ribadiscono la dialettica tra l'orrore evocato dal nome della città rasa al suolo durante la II guerra mondiale e la delicatezza delle bambole, potrebbe suggerirne una analoga tra la durezza della batteria di Viglione e il lirismo del piano e della voce della cantante; ma le cose sono un po' più articolate di così, e la Palmer sa essere marziale e arrabbiata come la definizione di Brechtian (ma ovviamente si intende Weill) Punk Cabaret richiede, mentre il batterista conosce le finezze necessarie per uscire con le giuste dinamiche all'interno di un ensemble basato su due strumenti (e quando ne servono altri provvede per lo più lui).
Dopo un EP e un album mezzo live autoprodotti, questo esordio"vero" lustra il repertorio senza eccedere in orpelli: gli effetti necessari in Coin Operated Boy (sorta di filastrocca con deviazioni e metafora amorosa argutamente sviluppata) ok, ma l'accoramento di Missed Me e Good Day, teatrale quanto il trucco e i costumi che i due esibiscono dal vivo, funziona senza tanto altro in mezzo; e in generale la Palmer sfrutta l'organico ridotto per sfogarsi come ai tastieristi di formazione classica di solito, per ragioni di equilibrio sonoro, nei gruppi rock non è consentito (vedi Girl Anachronism, uno degli highlights che si incarica di spiegare il perché di "punk").
Qua e là affiorano citazioni di classici rock, e verso fine scaletta c'è anche spazio per le delicatezze suddette, che non danneggiano la coerenza di un disco capace di dare forza alla tradizione in cui si inserisce.
(7.4/10)
Scheda: Dresden Dolls (The)
Pubblicazione: 10 Settembre 2003
File under: Dark cabaret
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