Recensione
History of Modern Orchestral Manoeuvres in the Dark
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synth pop Voti redazione e staff

Orchestral Manoeuvres in the Dark

History of Modern

Se non ora quando? Sembra essere questa lo spirito con il quale gli Orchestral Manoeuvres in the Dark hanno messo in pista il loro undicesimo album ufficiale, il primo dalla metà degli anni Novanta, quando, al contrario, era prematuro un vero e proprio revival delle sonorità sintetiche targate anni Ottanta. Oggi che i tempi sembrano fin troppo maturi, Andy McCluskey e Paul Humphreys tornano in pista e pare che il tempo si sia fermato all'anno di grazia 1986: electro, disco-pop ed infatuazioni kraute per l'esaltazione del modernismo.

Ma se è impossibile che mai tornino a scrivere una Enola Gay, loro più grande successo e uno dei singoli più famosi di tutti gli anni Ottanta, non ci si può nemmeno accontentare di suonare oggi come allora, senza nessuna maturazione, senza nessun contatto con il contemporaneo. Perché queste tredici tracce paiono avanzi di magazzino di un'epoca di cui oggi vediamo nettamente l'influenza buttate nella mischia solo per raccogliere quanto più sia possibile. Nulla che non sia dignitoso, ma nulla che attragga l'attenzione per ritornare ad ascoltare alcuna delle tredici tracce.

Si salva qualche melodia azzeccata (New Babies: New Toys, Sister Marie Says) e il tributo ai Kraftwerk degli oltre otto minuti di Right Side?. Per il resto meglio recuperare il disco omonimo dell'80, Organisation e Architecture and Morality, veri gioiellini di artigianato pop infarciti di intuizioni e fascinazioni tecnologiche.

(5.5/10)

Pubblicazione: 12 Settembre 2010

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