Il 2010 è ufficialmente l'anno del Beach Boys revival. Mai come in questo periodo il canzoniere di Brian Wilson e compagni ha subito un saccheggio così sistematico da parte dei nuovi act indipendenti. I Magic Kids, il cui esordio era atteso dopo le gustose anteprime ascoltate in rete, sono solo gli ultimi del lotto. Qui però, rispetto al languidi landscape californiani dei Best Coast e alle sfuriate surf di Wavves, il discorso è più complesso e decisamente più raffinato.
L'esordio di questo combo del Tennesse si ascrive di diritto a quel pop barocco che parte dalle immaginifiche orchestrazioni di Pet Sound per colorarsi dei raffinati arabeschi orachestrali di Scott Walker. Un pò come dei Sufjan Stevens più prosaici, i Magic Kids hanno il grande merito di non perdere mai di vista l'obbiettivo della pop song. Archi e fiati e si sposano alla perfezione con le melodie briose e spedite di Phone e Superball: brani che si consumano in meno di tre minuti senza perdersi in opulente aspirazioni cinematiche.
Sarà per la voce di Bennett Foster, che quando si fa soffusa suona così simile a quella di Gruff Rhys, ma canzoni come Hidehout ricordano da vicino la fase wilsoniana dei Super Furry Animals, al tempo in cui i gallesi disegnavano anelli intorno alla Terra.
Altrove gli arrangiamenti aerei sfiorano il twee meno monocromo degli ultimi Belle And Sebastian. Ad ogni modo tutte, ma proprio tutte le canzoni, godono di un'innocenza che, per quanto artefatta, colpisce al cuore al primo ascolto.
Forse è ancora presto per guardare a loro come ai nuovi custodi della purezza del pop, tuttavia Memphis è il miglior biglietto da visita che ci si potesse attendere in vista di prove più mature e, forse, appena più personali.
(7.0/10)
Scheda: Magic Kids
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