Suscita rispetto la storia di Mark Olson. Andatosene dai maestri Jayhawks fondati con Gary Louris per scansare l’incipiente mainstream, si teneva strette le radici con i Creekdippers che, in combutta con la moglie Victoria Williams e il violinista Mike Russell, optavano per un folk scarno sciogliendosi dieci anni e un divorzio dopo. Cercando l’America in Europa, l’irrequieto Mark trovava nel 2007 l’album solista The Salvation Blues, il riabbraccio di due anni successivo con Louris per Ready For The Flood e infine la fidanzata - norvegese, qui ai cori - Ingunn Ringvold. Penseresti dunque a un nuovo lavoro di sintesi delle suddette esperienze e insieme l’ennesimo azzardo di chi, nell’ambito più tradizionalista possibile, ha sempre osato.
Lo è, ma non nel senso che volevi: registrate con Beau Raymond (Chris Robinson, Devendra Banhart) e pochi amici (Neal Casal, Danny Frankel, il nostro Michele Gazich), le undici composizioni soffrono di una scrittura fiacca (a dispetto di arrangiamenti degni di lode: trame acustiche, archi delicati, ritmica sullo sfondo) e della voce sfiatata di Olson. Più di metà scaletta si trascina senza nerbo, per quanto le iniziali Little Bird Of Freedom (ospite Jolie Holland) e Morning Dove (spartana e obliqua) facessero presagire ben altro, e quando persino Vashti Bunyan fallisce nell’infondere vita in No Time To Live Without Her, diventa chiaro che qualcosa sia andato storto. Non capendo dove, cerchi nella movimentata Bluebell Song e nel conciso dramma More Hours altri appigli di un possibile riscatto, di fatto impossibile per quel troppo che non va da nessuna parte.
(5.5/10)
Scheda: Mark Olson
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