Nel 2007 gli allora tre Klaxons avevano vinto tutto. Si erano accaparrati il prestigioso Mercury Prize strappandolo a Bat For Lashes e Amy Winehouse, ottenuto numerosi bagni di folla in tutta Europa, avevano unito sotto lo stesso tetto diverse tipologie di ascoltatori, sparato alte in classifica una manciata di bombe e per loro era stata coniata un’etichetta ad hoc, nu rave. Label che capitanavano e di cui erano i soli protagonisti di un successo che fatturava milioni al di qua dell’Atlantico e insospettiva abbondantemente al di là di esso.
I ragazzi all’epoca non vinsero proprio tutto. Mancò loro il plauso degli States, proverbialmente scettici davanti all’ennesimo hype della stampa inglese e ancor più dubbiosi su Myths of the Near Future, un esordio che disinvoltamente trattava la materia funk punk e pseudo rave che li aveva resi famosi più come parte del loro passato che del presente. Allora i Klaxons portavano lo sci-fi ballardiano in una gay disco tutta falsetti e visioni pop fine Ottanta, lontana mille miglia dai singoli sotto anfetamina Atlantis to Interzone e Gravity’s Rainbow. In definitiva, agli yankee e a noi, il fenomeno Klaxons ammaliava ma non convinceva del tutto: la polpa era molto meno succosa di act quali Faint e El Guapo (entrambi americani, vabbé).
Lungo i tre anni di gestazione, di conferme a questa teoria ne abbiamo avute a bizzeffe grazie a una sequenza di dichiarazioni sgangherate (“investiremo i soldi del nostro primo album in telepatia… …le nostre nuove canzoni saranno un misto di dupstep, dance, folk e soprattutto prog… …il nuovo album parlerà del significato apocalittico del 2012... ...crediamo in una coscienza collettiva e nel dissolvimento delle barriere tra gli individui per il raggiungimento di una comune armonia collettiva”) e conseguenti problemi con la casa discografica (nel 2009 Polydor li obbliga a ri-registrare metà delle session considerandole troppo sperimentali), difficoltà in produzione (scartano tre produttori, Tony Visconti, Focus e James Ford dei Simian Mobile Disco, quest'ultimo anche batterista durante le session) e relativi problemi d’organico (il disco richiede una band vera e propria). Last but not least, nel 2008 ai Brit Awards i ragazzi sono la backing band di Rihanna (missando la loro Golden Skans con Umbrella) e quest’anno, ad anticipare l’atteso nuovo lavoro, abbiamo i due brani dalle pericolose voglie Muse (The Flashover) e precoci ricicli di melodie note (Echoes è troppo simile alla parte finale di Golden Skans).
Quando tutto sembra confermare la teoria di una catastrofe annunciata, Surfing The Void gioca proprio con il paradigma e immerge l’ascoltatore in una densissima nuvola prog wave (allora non erano proprio tutte cazzate), apocalittica (i testi sono più allucinati che mai) e perfettamente equilibrata tra tribalismo e psychedelia, rock e wave. Un mezzo miracolo insomma che si regge su basi pop proprio come voleva la casa discografica. Un disco che mette in dialettica i (tutt’ora) fastidiosi falsetti in nuove canzoni di successo (Venusia è il nuovo superhit, Twin Flames non è da meno...), più strutturate e dosate tra calore e vertigine, melodia e potenza.
Contrariamente a ogni previsione, la produzione di Ross Robinson è stata la migliore delle scelte possibili per dei rinnovati e solidi Klaxons, che allo speed hanno preferito l’ayahuasca facendo così del taglio finale (più compresso) di Echoes (e di episodi come Cypherspeed e la title track) un viatico tra i primissimi singoli e la svolta Eighties di Golden Skans, aggiornandoli al quadro cyber del nu metal e alla struttura a suite del prog, congiungendo così due mondi solo in apparenza lontanissimi quali la techno belga e l’hard rock degli Zeppelin adulti.
Surfing the Void è un bel viaggio sciamanico. Un album con il quale sono i Klaxons stessi a chiederci d’intentare una nuova etichetta che lo descriva. Me(n)tal wave?
(7.2/10)
Scheda: Klaxons
Pubblicazione: 27 Agosto 2010
File under: Wave, pop
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