Stian Westerhus, norvegese di Oslo, al secondo su Rune Grammofon ritorna alla chitarra solista in contemporanea ai suoi mille projects quali Puma, Nils Petter Molvaer Group, Bladed, Crimetime Orchestra, Monolithic.
Pitch black star spangled, più che concept, è personalissimo campionario solipsista sul tema del dissestamento delle sei corde. Un labirintico percorso le cui movenze fantasmatiche, o post-apocalittiche, quasi distraggono e fanno a meno della memoria di un secolo d'improvvisazione chitarristica. Quello di Westerhus è un edificio abbandonato, casermone dagli abitacoli segreti ed oscuri, posto sulle rovine della musica d'avanguardia. Si passa dagli sbranamenti e/o rimbrottamenti da giungla della title-track, alle acuminate e paradisiache striature di Sing with me somehow, ai flussi psycho-stridenti di Trailer trash ballad attraverso overdubbing, piezoelettrica e cristalli modificati, manipolazioni quasi-genetiche del condotto-uditivo. Ogni tanto, Westerhus al lirismo sinistro, affianca una fracassante dose di ultraviolenza, e così, quasi senza volerlo, trova un'evoluzione chitarristica ai suoni digitali Mego-Glitch (vedi la sferragliante Music for Leaving).
Non si tratta di un disco semplice, considerando la sua accidentalità, le interruzioni e le pause simil-zen che attraversano il frastuono e gli incendi, ma può stare in mezzo al Loren Connors di Hell's Kitchen Park e Ktl, facendo la sua bella figura.
(7.3/10)
Scheda: Stian Westerhus
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