Piace che un’etichetta esemplare per catalogo e ampiezza di vedute come la Drag City scandagli l’Africa in cerca di materiale. Per chi traffica con post-rock, indie del più arguto e nuovo cantautorato, è un significativo riconnettersi alle radici risalendo fino a prima del blues, incontrando sonorità ancestrali al nostro orecchio e tuttavia vivissime, che delle dodici battute mantengono struttura pentatonica e respiro umano, ulteriormente rafforzate da un senso per l’ipnosi e la dilatazione. Esponente della generazione nata dei primi ‘60, Toba è cresciuto a stretto contatto con le tribù dei cacciatori, le cui cerimonie e racconti mitologici la musica del donso ngoni accompagna.
Divenuto adulto e lasciata la famiglia, ha frequentato il maestro Yoro Sidibe e imboccato poi un approccio personale, intersecando questo liuto a sei corde con ritmi ripetitivi che inducono una trance visionaria; dove il panorama è solcato da fugaci flauti e dove domina una voce colma di intensa esaltazione - per certi versi simile a quella di Nusrat Fateh Ali Khan - sorretta da “call and response” tanto efficaci quanto più sono spartani. In una scaletta che impressiona per compattezza d’esposizione e costanza della poesia, tratteggia il perfetto paradigma di quanto sopra la favolosa meditazione pre-blues Samafaga Mugu. Apice di cinquanta minuti che racchiudono un intero mondo e spazzano via l’apatia quotidiana. Vi basta?
(7.4/10)
Scheda: Toba Seydou Traore
Pubblicazione: 20 Agosto 2010
File under: Mali blues
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