Esistono dischi che, a prescindere dal valore artistico, paiono fatti apposta per “tarare” l’influenza di questo o quel gruppo sulle generazioni attuali e questo è uno di quei casi. Il quartetto finnico Rubik giunge al secondo album mescolando epica Arcade Fire a malintese devianze di Flaming Lips (Indiana) e Broken Social Scene (Radiants, You Jackal !!), talvolta tirando a lucido caciare folk (Karhu Junassa) o freak (Goji Berries) oggi norma e regola, nondimeno finendo per ricostruire a memoria quel vacuo pop-rock “pseudo alternativo” che fece capolino ai piani alti delle classifiche nella seconda metà degli ’80 (Altitude, Wasteland).
A casa loro, infatti, sono entrati nei Top 10 col predecessore Bad Conscience Patrol e c’è da supporre che Dada Bandits lo imiterà in forza di sonorità laccate ed espanse ma pur sempre filo-indie. Ad eccezione della briosa Richard Branson's Crash Landing e della tenue Follow Us To The Edge Of The Desert, il resto è completamente privo non solo di ironia, ma pure di spunti compositivi apprezzabili, affossato da arrangiamenti barocchi e una scrittura sopra le righe che viene subito a noia. Come i discorsi di un amico che, tutto preso da se stesso, passa un’ora a raccontarti cosa ha fatto di bello. E che quanto parli tu, ovviamente non ti ascolta.
(5.0/10)
Scheda: Rubik
Pubblicazione: 10 Agosto 2010
File under: new popedelic
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