Recensione
American Supreme Suicide
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Wave Voti redazione e staff

Suicide

American Supreme

Mute

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In una recente intervista Alan Vega - appesantito nel fisico ma dallo spirito ancora puntuto e intransigente - sbaraglia il campo da ogni ipotesi di sindrome post-undicisettembre rivendicando ai Suicide il merito di cantare la morte del sogno americano fin da inizio carriera. Difficile dargli torto, considerando quanto ancora oggi risulti ostico, quasi insostenibile quel grido, sparato ormai venticinque anni fa per mezzo di un album di debutto crudo e devastante, oggetto alieno capace di atterrire (e irritare) anche i punk più estremi. A cui ha fatto seguito una carriera altalenante e poco fruttuosa, di cui il recente American Supreme poteva rappresentare l'ultimo anello, quello della definitiva trascurabilità. E invece.

Nel solco di uno stile consolidato - e anzi mai come oggi - tra l'impianto sonoro e la voce sussiste un palpabile diaframma, una frattura perfettamente funzionale al "messaggio": da una parte il lavoro di Martin Rev alle consolle, rilettura beffarda degli sfavillanti palpiti dance-funky-pop cuciti in un patchwork gelido e beota, scavato da squarci improvvisi, balenii di corde lacerate e tremiti infraritmici, il passo implacabile da marionetta geneticamente modificata e lo spessore annichilente di una suoneria da cellulare, a palesarci il vero volto della nostra quotidiana soundtrack (un po' come avveniva per le immagini in Videodrome di Carpenter); poi c'è la farneticazione lucida e teatrale di Vega, quelle parole gettate come dadi, come in preda a trance acuta, cifre magiche dissanguate, stravolte, martellate a suon di furia e sbigottimento fino ad un livello segreto di coscienza, dove anche ad esse è dato svelare la realtà sotto l'incanto, la miseria sotto l'inganno, la cupa devastazione della modernità. Tra questi due livelli - giustapposti con un senso di accidentalità quasi scivoloso - si stende quel diaframma di cui dicevamo, immagine della frattura insanabile allargatasi tra coscienza e mondo, rivelata grazie ad un istante di nera chiaroveggenza, di acida ripulsa civile.

A fronte di tali premesse "poetiche" (semantiche? Politiche?), il disco non è quel capolavoro che avrebbe potuto, perché sostanzialmente inutile - nel suo conformarsi alla struttura, alla durata, alla sembianza dell'oggetto "disco" - all'intuizione formale del duo. In altre parole, le canzoni avrebbero potuto essere tre o trenta, poco sarebbe cambiato, e quanto a me sarebbero bastate Misery Train (la voce preda di un delirio suadente, un motivetto stupidino come se provenisse dal miniappartamento accanto, il destino che avanza lento e cupo), American Mean (techno-funky surgelato e declamatoria stringente come un James Brown sotto mescalina) e la conclusiva I Don't Know (un'ipnosi tribale, il raga delle anime perse, come se gli Underworld facessero musica da ballo per aspiranti suicidi). Il resto è brodo di cottura, liquido urticante che rivola nei pertugi della tranquillità, dissolvendola (per sempre?).

Un disco insomma che mastica kitsch volgendolo in tragedia, scoprendo il marcio sotto la pellicola, l'inganno dentro l'illusione. Iperrealismo disallineato per anime temerarie, a cui - autolesionista ormai irrecuperabile - amo sottopormi con una certa frequenza. Divertendomi come un pazzo proteso nel vuoto.

(7.0/10)

Scheda: Suicide

Pubblicazione: 01 Gennaio 2003

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