Quando non fa il post-Plastikman sotto il moniker di Audion (il principale dei suoi tre moniker dance), Matthew Dear, il texano più berlinese del mondo, fa il crooner sotto il proprio nome vendendo il funk bianco lavorato da Brian Eno, David Byrne, altezza trilogia fine Settanta del Duca Bianco, sotto le mentite spoglie di un'house - ma anche minimal - malleabile e di pronta contaminazione. Se già con Asa Breed l'operazione aveva dato i suoi frutti (e suscitato in noi alcuni dubbi), Black City rimette le carte sul tavolo allontanandosi ancor di più dagli espedienti dance e ritornandoci la sagoma di Tarwater cadaverici appena sporcati di blackness dell'ultimo Jimmy Edgar e tanto motorik al ralenti stile Kraftwerk '00.
Del resto il camaleontico Dear ai più sgamati non è mai sfuggito di essere per com'è: un David Bowie dei nostri tempi che capta, fiuta, rimodella. Lo si è visto nell'episodio Body Language dove annusava il ritorno del funk e del soul nelle piste da ballo, lo si vedeva in Asa Breed che anticipava i mood dark del Tiga di Ciao!, e lo si nota in questa sede dove l'americano riporta ancora una volta - e con più decisione - le più potenti fascinazioni dell'LCD Soundsystem su un piano super cool.
Dalla wave berlinese indietro all'amata Detroit (alla quale dedicò il suo primo singolo, Hands Up For Detroit nel 1999) tutto torna tranne l'amore. Ascoltatevi soltanto una ballata commiato come Gem per comprendere la differenza: Bowie era Lupin, Dear il Tom Cruise di Missione Impossibile.
(6.4/10)
Scheda: Matthew Dear
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