Va bene il riportare le proprie radici all'oggi, mescolarle con la modernità, farne un unicum temporale e parcellizzarlo in unguenti popular – siamo pur sempre nell'era dell'eterno presente no? Il passato nostalgico e il futuro minaccioso schiacciati nel qui ed ora –. Ma quando ad incontrarsi sono radici nettamente diverse fra loro eppure accomunate dalla stessa profondità temporale succede la magia, il ribaltamento ventrale, l'ascesi nel sangue, nei nervi, nei muscoli.
I Baul sono dei cantori erranti indiani, gli unici induisti laggiù a non riconoscere le caste e a promuovere l'uguaglianza di tutti i culti. Facile ritrovarli allora a mescolare questi culti e le loro musiche soprattutto, in un misticismo che sincretico non è e cosmopolita neppure, ma molto molto altro e molto molto diverso.
Paban Das Baul di questo popolo vagabondo è colui che ce l'ha fatta, è arrivato in occidente, ha cantato le sue radici, le ha sporcate (con Sam Mills fra gli altri) e poi ha deciso di tornare ad uno stato di purezza. E così Music Of Honey Gatheres è il primo parto di una musica che ha Tantra, Vaishnavismo, Sufismo e Buddismo come sorgenti.
Una musica che è trance lenta e corporale, preghiera inneggiante all'alto del cielo e al basso della terra, forma di catarsi svuotante lontana da ogni nichilismo e pretesa di obnubilamento. Paban è alla voce ma si occupa anche di strumenti percussivi come il dubki e il khamak ed esegue melodie innervanti energia con il dotara, una specie di chitarra a cinque corde. Insieme a lui altri quattro musicisti tra cui Nathoolal Solari al tamburo nagara.
Mentre ascoltate fatevi un giro in rete a scoprire quali siano le credenze di questi musicisti del Bengala rurale e capirete meglio che con tante descrizione il perché di una musica così libera, verticale eppure così straordinariamente sostanziosa.
(7.7/10)
Scheda: Paban Das Baul
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