Una M.I.A. dagli occhi pensosi si nasconde dietro un muro di barre di scorrimento Youtube (che ha bandito il video splatter di Born Free). Il suo nome in primo piano è scritto con dei lingotti d'oro. M.I.A. corteggia e molto bene il ruolo di superstar. Se c'è una che ha le carte per farlo, è lei, con un pedigree intrigante e contraddittorio come richiedono i tempi, tra randagio e bambagia: sveglia, figa il giusto, meticcia suo malgrado (a Londa perché profuga dallo Sri Lanka), padre attivista politico e fidanzato ambientalista (figlio di un boss della Warner), contatti con i grandi nomi della scena (non solo musicale), trascorsi discografici esaltati dalla critica indie, piglio incazzato da icona alternativa che sa come fottere il sistema (dall'interno). M.I.A. è l'alfiere di un crossover totale - dance, terzomondo & HHderivati - ancora potenzialmente capace di mettere assieme qualità e quantità. Che ci riesca davvero però è tutt'altro discorso. Era chiaro per tutti che questo terzo album sarebbe stato quello del definitivo assalto al mainstream e non è certo per questo che Maya (// / Y /) ci delude: perché il mainstream, come tutto, lo si può fare bene oppure male.
Registrato nelle cornici dorate della sua villa di L.A. e di uno studio alle Hawaii, con la supervisione della solita cricca Switch, Blaqstarr e Diplo più la new entry Rusko, frutto della scrematura di ore e ore di "jam" (con esperimenti alla John & Yoko tipo registrare voce e battito cardiaco del figlio), il disco sposta l'asse del discorso sulle produzioni. Produzioni che, per quanto stratificate, in realtà semplificano e irrigidiscono la musica di M.I.A., sottolineando ulteriormente la sterzata verso il pop, entrato prepotentemente nei cantati affianco al solito bhangraragga e rappato. In soldoni, tra autotune maledetto (Steppin' Up, la title track), pop - non a caso - alla Christina Aguilera (il singolo XXXO, ne gira un rmx con un ottimo Jay-Z), reggae da sottofondo (It Takes a Muscle), derive soft trip-hop (It Iz What It Iz), schitarrate dance-rave (Meds and Feds) e nenie inconsistenti (Space), resta davvero poco da salvare. Giusto il raggagrime costruito su un'orgia di citofoni e sirene di Teqkilla, quello pauperistico di Lovalot, quello in salsa esotica più effettacci di Story Told. E ovviamente Born Free, brano che spazza via ogni possibile dubbio sulla politicità (spontanea o di posa non importa) dell'azione di M.I.A. e che porta all'apoteosi una delle caratteristiche vincenti del (non solo) suo suono: il tribal bass (qui preso di peso dai Suicide, idea tanto semplice quanto vincente).
Maya ci sembra un album che vive troppo di contesto e di intenzioni e poco di testo e di senso autonomo, un disco disomogeneo e confuso, che sa benissimo dove puntare ma sceglie il modo più facile e meno efficace per raggiungere lo scopo, col risultato di spersonalizzare e depotenziare quella che poteva e doveva essere una bomba global pop. Forse è ora per M.I.A. di guardarsi attorno in cerca di altri produttori.
(6.0/10)
Scheda: M.I.A.
Pubblicazione: 30 Giugno 2010
File under: crossglobal pop
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