Cinque anni sono passati da Lost And Safe, un "lustro geologico" per i tempi del pop-rock. Per quanto riguarda la vita vera, invece, giusto il necessario per portare a termine il tour mondiale, sposarsi, mettere al mondo figli, riorganizzare la mitologica libreria dei sample (eterno work in progress), cercare uno studio d'incisione che permettesse loro d'esprimersi al meglio e traslocare (discograficamente) presso Temporary Residence. Nel frattempo, ovviamente, bisognava dare vita alle quattordici tracce che compongono questo The Way Out, quarto opus per la premiata ditta The Books. Rispetto ai tempi dell'esordio, è ormai tramontato tutto il contesto post, glitch e folktronica rispetto al quale facevano la figura dei fantasisti senza una chiara collocazione tattica ma che comunque rappresentava un contesto nel quale muoversi.
Non per questo oggi sembrano avulsi dal gioco, anzi mettono in campo la lucida dignità di chi persegue codici espressivi meditati a fondo, e quindi sa offrire di buon grado - senza supponenza né disarmo - il proprio punto di vista sulla contemporaneità. Che, come è tipico dell'arte di Zammuto e De Jong, prende le mosse da frammenti di passato opportunamente ricostituiti, collocati in forme e contesti che ne esaltino tanto la natura di reperti (lasciando cioè che significhino l'epoca da cui provengono) quanto la musicalità intrinseca, un po' come fecero magnificamente Brian Eno e David Byrne per My Life In the Bush Of Ghost. Capita quindi che un coro di Inuit danesi incocci una cassa in quattro con fregole caraibiche e ne esca una sfrigolante meditazione sulla religiosità (Beautiful People), oppure che sul training autogeno felpato down tempo di Group Autogenics I si ramifichi l'insidia matematica di un basso, o ancora che la canzoncina impertinente registrata da un ragazzino sul proprio talkboy vada a sbattere sull'up-tempo funky come un'innocenza perduta o impossibile (A Cold Freezin' Night).
E' un formicolio antico sul corpo del presente, un moloch benigno ma attaccabrighe (vedi il funky cibernetico di I Didn't Know That, sorta di baccanale Laurie Anderson, Herbie Hancock e Art Of Noise), il camaleonte che ti indica l'accesso all'altra dimensione, ora radiante e marziale come un incessante innesco Waterboys (Thirty Incoming), ora tribal-industriale come un Timbaland strattonato da Trent Reznor (I Am Who I Am), ora sobrio e attonito come una doglianza Wilco lenita dal dottor David Sylvian (We Bought The Flood). E il folk sempre sullo sfondo, accompagnato dagli scalpiccii d'un mondo virtuale fatto di testimonianze lo-fi, folk che comunque se vuole sa emergere e farsi ballad semplice e toccante (Free Translator).
Liberi tutti di pescare significati, suggestioni, prospettive. Mentre tutto muore e torna solo per cambiare in qualcosa di nuovamente vivo, come suggerisce la frase di Gandhi citata in purezza.
(7.4/10)
Scheda: The Books
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