Immaginatevi una riot grrrl con quasi tutte le spine staccate e la furia ridotta ad una fiera, suadente inquietudine. In più, l'aura evocativa come potrebbe una nipotina stranita di Nico e Siouxsie Sioux, ma anche il sentore sciropposo di chi ha appena finito di rotolarsi nella collezione di vinili dei Mazzy Star. Lei è Sara Kermanshahi, genitori iraniani, cresciuta dalle parti di Seattle ma ormai di casa a NY dove si è trasferita a cercar fortuna assieme a quel Cedar Apffel col quale ha diviso i palcoscenici prima d'impegnarsi nei rispettivi progetti, Apffel nel duo Masterface e Sara invece unica titolare dell'egida Natureboy.
Debutta oggi per Own Records con un lavoro omonimo e conciso, nove tracce per meno di mezz'ora, quel che basta però a lasciare un'impronta di quelle che restano. Le sue canzoni sono litanie dolci e spigolose, possiedono lo sguardo tenero ma inesorabile e la densità espansa di una Mirah, ma anche un pizzico di malinconia Elliott Smith opportunamente disidratata (prendete la stupenda Famous Sons). Altri segnali degni di nota arrivano da Bad Dream - satura di nuances Mark Lanegan - e da quella Pariah che manda in circolo particelle Smiths e Grant Lee Buffalo. Un biglietto da visita intrigante.
(7.3/10)
Scheda: Natureboy
Pubblicazione: 26 Giugno 2010
File under: alt folk
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