Recensione
Dieci esercizi per volare Michele Gazich e La Nave dei Folli
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folk-rock Voti redazione e staff

Michele Gazich e La Nave dei Folli

Dieci esercizi per volare

FonoBisanzio

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Prima di dedicarsi alla scrittura in proprio Michele Gazich ha collaborato con alcuni dei nomi più importanti del cantautorato folk-blues d'oltreoceano, da Mark Olson ad Eric Andersen passando per Victoria Williams e Michelle Shocked – e prima di essi coi relativi epigoni nostrani: Massimo Bubola e Massimo Priviero. Facile immaginare allora cosa contenga Dieci esercizi per volare, seconda uscita a nome La Nave dei Folli nella quale Gazich lascia le sue composizioni alla voce cristallina di Luciana Vaone: bozzetti di cantautorato che si abbeverano alle rive del folk, quello americano come quello inglese e irlandese; ma anche deviazioni verso il centroeuropa, fra echi transalpini e lasciti classicheggianti. Nei quali al violino e alla viola suonati dal titolare si affiancano di volta in volta chitarre acustiche ed elettriche, mandolini, wurlitzer, basso e mai la batteria.

Insomma un qualcosa di estremamente tradizionale, quasi al limite dell'archetipo, che solo nella qualità di scrittura trova una propria ragion d'essere. E difatti le canzoni di Gazich brillano proprio per la loro bellezza inscalfibile. Soppesate nei versi e nelle finiture, sono gravide di riferimenti al cinema, alla letteratura, alla Bibbia, e capaci di cromatismi assai differenti nel ricorrere di pochi timbri selezionati. Talvolta s'inebriano di gighe esuberanti (Canzone della pietra che rotola, da uno spunto di Joe Hill), o assumono tutta l'alterità dolente di un Leonard Cohen (una meravigliosa Sanguedolce). Ma sanno prendere a prestito dai tempi più remoti anche tonalità elegiache (L'angelo ucciso, dedicata a Pasolini, starebbe bene addosso a Josephine Foster) e mordono la contemporaneità con manrovesci folk-rock che guardano a certo prog inglese di fine sessanta e pure, perché no, a degli Afterhours in deriva CSNY (Hai mai sentito ardere il tuo cuore?).

Certo viene difficile immaginare quanto spazio possano trovare oggi una musica così densa e lavorata. Ma Michele Gazich è uno che sa aspettare, perché ha il piglio dell'artigiano, conosce la pazienza e la stagionatura. E canzoni come queste prendono a legnate ogni next big thing, rimangono nei mesi, e oltre.

(7.6/10)

Pubblicazione: 29 Giugno 2010

File under: folk-rock

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