Sostiene un vecchio adagio del rock che per rimanere credibili bisogna “morire prima di diventare vecchi”. Questo può significare entrare nella leggenda, se la morte vi assiste. Se così non è, a pochi è concesso non ripetersi e imbolsirsi mano a mano che la data sul calendario si allontana da quella di nascita. Accade se si hanno sufficienti energie e coraggio per reinventarsi continuamente. Non è il caso di Neil Finn, deus ex machina dei Crowded House, band australiana/neozelandese piuttosto oscura per pubblico italiano, giunta alla seconda prova dalla reunion del 2007 (Time On Earth), avvenuta dopo un silenzio più che decennale. Non v'è dubbio che la band di Finn, a cavallo tra anni '80 e '90 abbia regalato al mondo un pugno di dischi di ottima fattura pop-rock classico, tanto da arruolare Steve Earle tra i fan, ma oggi si trova in quella spiacevole situazione di voler essere giovanile (o giovanilistica) fuori tempo massimo.
La barocca Archer's Arrow è uno strano miscuglio tra un b-side dei Muse e il college rock, mentre uno dei brani più agili (Either Side Of The World) è una tentazione lounge senza averne lo spirito. Le cose vanno meglio quando si mettono da parte i muscoli più rock per dare spazio alle ballate (Falling Dove, Even If, Elephants), che Finn ha sempre saputo scrivere egregiamente. Non tutto è, quindi, da buttare, anche se la chitarra e l'arrangiamento di Amsterdam suonano di del lato peggiore degli eighties e la Inside Out è semplicemente una brutta canzone, ma l'impressione generale, che si rafforza con gli ascolti, è di stanchezza, come se per 25 anni fossimo entrati nello stesso bar, sedendo allo stesso posto e riordinando sempre lo stesso drink.
(5.7/10)
Scheda: Crowded House
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