La slide guitar si appoggia sul suono di una puntina che accarezza un vinile. La voce di Chris Chu emerge tra chitarre riverberate e aerei violini: “You tried to taste me/ And I taped my tongue to the southern tip of your body/ Our bones are too heavy to come up/ Squished into a single cell of wood” (mettendo in evidenza anche una certa vena per i testi). Così Excuses, il primo episodio del secondo disco dei Morning Benders dopo l'esordio piuttosto convenzionale di Talking Through Tin Cans del 2008. in mezzo c'è stato il trasferimento dalla costa californiana a quella atlantica, destinazione Brooklyn, in una parabola che segna anche geograficamente una tendenza dell'indie pop degli ultimi tempi, quella di ricongiungere New York con San Francisco, Chicago con Los Angeles. Si vedano Fleet Foxes e Local Natives per capire da che parte tira il vento anche di questo Big Echo, che ha il merito di mantenere le promesse: mid-tempo d'atmosfere sospese, come di una mattina luminosa comunque spostata lateralmente dall'alcol, come di strati di chitarre e strumenti che si accumulano in continuo rimando interno, come se davvero l'eco dell'East e della West Coast si fondessero tra le pareti del Grand Canyon.
Piace la zigzagante Wet Cement, che rimanda a quello che succede oltre confine canadese, dalle parti di Feist e soci; non manca lo shuffle allegrotto innervato di handclapping (Cold War (Nice Clean Fight)), la ballata dal sapore space-country (Pleasure Sighs), oltre allo stop and go che oggi garantisce l'airing radiofonico (il singolo Promises). Sebbene forte di un suono maturo e a tratti molto stratificato e complesso, nella seconda parte la qualità dell'album non è alta e da Hand Me Down (che sa molto del tributo alla tradizione di Mark Lanegan) le canzoni sembrano tutte appiattirsi sugli stilemi del genere (riverberi, coretti surf, voci e strumenti raddoppiati per dare profondità, cenni folk pastorali), lasciando solo al basso e agli arrangiamenti di All Day Daylight il compito di far alzare il sopracciglio all'ascoltatore.
Alcuni critici si sono lasciati abbindolare da una performance live di qualche tempo fa e alle ipotetiche intenzioni spectoriane di wall of sound – qui non mantenute, chissà forse per la co-produzione del Grizzly Bear Chris Taylor – ma l'intenzione di Chu, oltre a onorare il padre della melodia pop Brian Wilson in ogni canzone che scrive, è forse semplicemente di scrivere buon pop, fregandosene di tutto quello che gli accade intorno, ma consapevole – questo sì – che il passato e i passatismi sono sempre un'arma a doppio taglio: da una parte fanno poggiare su solide basi, dall'altra intrappolano la corsa come sabbie mobili. Un disco che non poteva essere che a metà del guado tra ieri e domani: la fotografia di buona parte dell'indie di oggi.
(7.1/10)
Scheda: The Morning Benders
Pubblicazione: 19 Giugno 2010
File under: pop sincretico
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