La provincia italiana è una fucina infinita che scalda fino all'incandescenza piccole storie pronte per l'incudine o il maglio di una canzone, meglio se rock, meglio se innervata di linfa popolare. Prendete gli Esterina: come tanti prima di loro riportano tutto a casa, e la casa questa volta le pareti ce le ha, dure come storie di delusioni e violenze femminili, narrate in quadrature elettriche di rock novantiano e liriche pastose con in bocca la terra di un dialetto toscano che è di tutti ma sgomita e scava.
Diferoedibotte due anni orsono li presentava come dei Virginiana Miller imparati dal mantice e dall'aratro, una piccola sorpresa non sufficientemente valutata, forse per il rigore di una scrittura che cercava tensioni chitarristiche come i primi Muse inspessiti da fisarmonica e diamonica. Questo live ce li fa ritrovare in veste acustica, in pratica le stesse canzoni del primo disco più l'inedito L'attesa e la cover di Verranno a chiederti del nostro amore, ma con fisarmonica e diamonica a prendere spazio alle chitarre insieme a glockenspiel, vibrafono, armonium e cianfrusaglie assortite.
La versione video del concerto scalda il cuore con il suo denso bianco e nero attento ai dettagli e agli sguardi di chi suona e di chi ascolta – mentre negli extra un bel corto di Daniele Fenudi musicato dal gruppo racconta dell'opera di recupero di donne che hanno subito violenze portata avanti dalla comunità Casa di Emma. La parte audio lascia invece intendere come dal folk nostrano ci sia ancora tanto da ricavare, manipolare, scoprire. Perché in fondo veniamo tutti da lì, dal Paese. Che per non rimanere strapaese catodico dovrebbe riprendersi l'anima e mettere a nudo ciò che di essa è buono e ciò che di essa è marcio. “Bacio pile, lustro panche, giro assegni, sogno mutande / Baci e abbracci, mangio l'agnello, scambio la pace, mi piace il randello”.
(7.3/10)
Scheda: Esterina
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