Giuseppe Antonelli, linguista della "Accademia degli Scrausi" (circolo di giovani "linguisti pop" fondato nel '92 da alcuni allievi di Luca Serianni), analizza i testi delle mille - in realtà 990 - canzoni italiane più vendute tra il 1958 e il 2007, con l'intenzione di tratteggiare un profilo di mezzo secolo di storia della nostra lingua. L'italiano delle canzoni riflette l'italiano degli italiani? Sì e no. Antonelli studia i testi nell'ottica di un incontro/scontro tra forze e ideologie contrapposte (canzone d'autore vs. canzonetta; autonomia del significato vs. rispetto della gabbia metrica e della musicalità), mettendo in evidenza i punti chiave della dialettica tra innovazione linguistica e persistenza di tratti tradizionali.
Il 1958 è l'anno della svolta, l'inizio di un processo di modernizzazione - anche linguistica - per la canzone italiana: non solo il Sanremo di Modugno e di Volare, ma anche i Cantacronache di Torino e l'arrivo di Gaber alla Ricordi (in un contesto sempre più massmediatico, con il boom del mercato discografico e l'irruzione della tv nelle case degli italiani). Il 1958 è la miccia accesa, l'esplosione si avrà con la prima generazione di cantautori: Il cielo in una stanza (1960) di Gino Paoli e Lontano lontano (1966) di Luigi Tenco rappresentano i prototipi di un nuovo modo di fare canzone, che passa anche e soprattutto per una nuova idea di poeticità e quindi di testualità: niente rime baciate, niente troncamenti (cuor), elisioni (t'amo), inversioni (chiara è la notte). Una poeticità antipoetica, che si apre al quotidiano e alla lingua di tutti i giorni, in cui i legami logici tra le frasi si fanno sempre meno espliciti, la sintassi si allenta e si asciuga, fino all'affermazione di uno stile nominale e all'impiego massiccio di figure nuove come la parestesia o pseudosinestesia (l'accostamento di aggettivi concreti e sostantivi astratti; es. ruvido pudore).
Il poetismo tardo-romantico e oleografico dominante fino ai primi anni Sessanta lascia definitivamente il posto nei Settanta ad una sensibilità che non è sbagliato definire ermetica (si pensi al De Gregori di Non c'è niente da capire). Da avanguardia autoriale, da nicchia sperimentale, questo modo diventerà in breve tempo la lingua standard delle canzoni, anche di quelle da classifica (Piccolo grande amore di Baglioni, 1972). E' la seconda generazione di cantautori, vero laboratorio di soluzioni linguistiche e poetiche nuove tra la fine dei Sessanta e la fine dei Settanta: Lucio Battisti-Mogol, Lucio Dalla, Francesco Guccini, Paolo Conte, e ancora Bennato, Venditti, Vecchioni, Zero. Seguono il riflusso, il ritorno al poetismo vecchio stile, l'affermazione dell'eclettismo e del manierismo tipici del postmoderno (i Negramaro), la radicalizzazione dell'eterna opposizione tra testi pensati come semplice accompagnamento verbale della parte musicale (Laura Pausini) e testi che invece ostentano la propria elaborazione, la propria letterarietà (Carmen Consoli). La novità di maggior rilievo, dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, è costituita allora dall'avvento del rap, forma che rompe radicalmente con la prosodia del cantato tradizionale e apre al glocale (globale + locale), sdoganando il dialetto e lo slang giovanile come forme di contro-lingua, contaminando altri generi e particolarmente la canzone d'autore (Cristicchi).
Antonelli ci dice che ogni genere all'interno della canzone italiana ha le proprie specificità linguistiche, le proprie parole chiave, un proprio mood espressivo e contenutistico, allo stesso modo in cui è caratterizzato - sul piano strettamente musicale - da un preciso sound (una possibile "grammatica" della canzone sanremese: melodia ascendente, rima baciata, struttura triadica strofa/ponte/ritornello, struttura dialogica e lessico mutuati dal melodramma, parole onnipresenti come amore, cuore, poeta). Alcuni elementi invece scavalcano i generi, le epoche e le ideologie: su tutti, le strategie di dislocazione della rima e l'uso del "verso puntello" (es., Come saprei di Giorgia). L'italiano delle canzoni è l'italiano degli italiani? La verità è sotto le orecchie di tutti, ma ribadirla con strumenti accademici non fa male: le canzoni sono degli amplificatori, recepiscono - dapprima in forme alternative, a circolazione limitata - i fenomeni linguistici sviluppati nel tessuto sociale, contribuiscono alla loro diffusione, li consegnano alle canzoni da classifica, fissandone per sempre alcuni (con le immagini a cui questi sono collegati e coi significati che questi veicolano) nell'immaginario collettivo.
Antonelli non è un parruccone convertito, ma un appassionato che di mestiere studia la lingua; la sua scrittura è vivace e scorrevole, il libro perfettamente approcciabile anche da chi è asciutto di linguistica e di retorica. Una piccola divertente storia stilistica della canzone italiana da tenere accanto ai testi classici di Gianni Borgna e Franco Fabbri.