Ci aveva lasciato dieci anni fa con Ovalcommers, approdo pop di un personale percorso d'innovazione iniziato con Systemish, uno degli album che inaugurarono (anticipandola) l'epopea dell'errore teconologico come ragione estetica, procedurale e, perché no, filosofica e anti accademica. Oggi lo ritroviamo con lo stesso sguardo sdrucito e probabilmente la medesima indisponenza e asocialità d'allora, invecchiato, perplesso, ma con un distacco dal presente importante tanto quanto quello dell'autoesiliato Jim O'Rourke.
Di fatto, quest'idea di chitarra come simulacro, del suo utilizzo come medium tra tanti presenti e un univoco passato condiviso, è senz'altro il tratto fondante di quest'eppì e il fuoco comune agli sguardi dei due musicisti, i più influenti peraltro nei rispettivi ambiti avant negli anni Novanta. Differentemente da O'Rourke, Oval ha tuttavia dovuto lavorare sodo per trasformarsi in un musicista impro canonico. E' ripartito suonando ogni strumento, imparando nel frattempo a farlo prendendosi così maggiori libertà d'osservazione. In Oh il glitch di cui fu pioniere suona acustico, ma acustico non è, ritroviamo il laptop (uno di quelli economici confessa nella press) ma forse è un effetto a pedale per elettrica, e quel che si ascolta sono una serie di brevi pièces per chitarra trattata, batteria, theremin e synth che rimandano a memoria certe schegge soniche dei Gastr Del Sol per rifiorire sottoforma di bozzetti melodici e astratti, dagli arpeggi folk o dall'intaglio astratto, spesso scossi dallo sconquasso free ma anche lasciati soli.
Un risultato affascinante, familiarmente alieno, colorato à la Mirò, suonato con semplicità e attenzione al dettaglio. Qui la manomissione è tutto un aggiungere densità piuttosto che trasfigurare l'America di un Fahey, il nitore nipponico o il vento di certe contaminazioni post di Chicago.
(7.3/10)
Scheda: Oval
Pubblicazione: 31 Maggio 2010
File under: acoustic glitch
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