Si conclude - di già? di già - con il terzo volume la serie dedicata a frugare tra gli archivi sonori del Sud Africa, ed è chiudendo un cerchio con intelligenza che avviene il congedo. Ovvero pescando in un fiorente panorama jazz e, al suo interno, in un arco temporale esteso su due decenni. Non facile per gli artisti qui antologizzati poter proporre musica in modo libero, essendo la mano del governo pesante e oppressiva: l’alternativa una fuga all’estero per una carriera a testa altissima, come ad esempio Hugh Masekela e Miriam Makeba.
Prendeva dunque corpo negli anni ’50 una “scena” sulla scia di Charlie Parker e Duke Ellington, poi trasfigurati innestando le tradizioni autoctone marabi e kwela sul be-bop. Non facendo altro che riportare a casa lo spirito rubato agli schiavi, riappropriandosi di qualcosa che era loro da sempre. Che fosse in fondo questo a spaventare il governo che concepì la vergogna dell’apartheid? Probabile, e allora che l’ennesimo brindisi in onore di chi ha versato sangue per cambiare le cose sia accompagnato da questo dischetto, impreziosito (com’è ormai consuetudine chez Strut) da un apparato iconografico esemplare e note altrettanto.
A contare è comunque il contenuto sonoro, qui “classico” con bello stile che mai avresti detto e là propenso a spingere sul pedale del groove, quando non indaffarato a contaminarsi e omaggiare i fratelli Coltrane e Shorter. Miglior fine non poteva esserci, davvero.
(7.5/10)
Scheda: AA.VV.
Pubblicazione: 27 Maggio 2010
File under: afro-jazz
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