Parigi e l’Isle de France, Oggi. Marguerite Muir, Sabine Azéma, viene scippata a Parigi, fuori da un negozio. Poco dopo Georges Palet, André Dussollier, ritrova un portafogli in un parcheggio di un centro commerciale della periferia. Non lo riconsegna subito, indugia e s’invaghisce della proprietaria. I due iniziano un balletto atipico del rituale di corteggiamento e sembra che siano destinati al perdersi sino all’esito finale.
Alain Resnais fa ciň che vuole. L’ha sempre fatto e ora, con l’etŕ e i tributi riconosciutigli, amplifica i modi e i tempi con i quali dire. Non inventa nulla ma stravolge tutto. Prende quella che apparentemente sembra una commedia amorosa assodata e piana e la riveste della sua arte.
Nel suo ultimo film (in originale Les Herbes Folles, 2008) l’erba matta – il titolo italiano elide la logica! - cresce dove vuole, senza chiedere spiegazione oppure offrire motivazione alcuna. L’erbaccia č la metafora della presenza umana sulla Terra, delle relazioni interpersonali che tale presenza contraddistinguono e rendono unica e, allo stesso tempo, sempre simile a un’altra sentita chissŕ quando e dove. Quando si esce dal cinema tutto č possibile e nulla stupisce piů, dice la voce narrante.
Un imprevisto, un incidente - L’incident č il romanzo di Christian Gailly da cui parte Resnais - e tutto cambia, un incrocio di destini altera un equilibrio apparente al quale pareva essere abituati. Si dirŕ che questo č il macguffin di tutto il cinema corale da Robert Altman a Paul Haggis fino a Alejandro González Ińarritu. Va detto, perň, che in questo caso si presentano all’incrocio solo due individui, due cespugli arbustivi, come li racconta la delicatissima locandina originale del film.
Qui entra in gioco il touch of evil. Tutto quanto č narrato giace su una base d’interrogativi, di questioni irrisolte che allo spettatore sono consegnati come aspetti frivoli e senza valore, come caratteri dei protagonisti ma che, in realtŕ, fanno lentamente sgretolare ogni certezza o deducibile propensione per una parte o per l’altra, per una visione chiara della vicenda. Tutte queste domande sono poste in secondo piano dal regista, dal ritmo brillante della commedia e dalla straordinaria prova degli attori ma tale scollamento erode lentamente e trova, nel finale, un giusto tripudio e dimostrazione nell’inspiegabile sequenza conclusiva.
Resnais gioca con il montaggio, lo fa sin dal suo esordio del 1956, Toute La Memoire Du Monde, altera gli spazi e la successione logica degli eventi. Attraverso il richiamo all’amatissimo fumetto, le nuvolette introspettive di Dussollier e Azéma, l’incursione nella citazione cinefila, la macchina da presa mossa con piglio imprevedibile tra il dentro e il fuori, il regista bretone fa se stesso, gigioneggia e chiede che gli amori folli del titolo siano i nostri per lui. Mette in scena egocentricamente tutta l’idea di cinema che chiude saldamente nell’obiettivo e la serve nella forma semplice e condivisa della commedia amorosa. Lascia subodorare al melodramma ma per confondere ancora una volta. Fa sorridere ma dissemina d’insicurezza ogni risata che concede. Tutto č riflesso, visto attraverso, filtrato.
Diceva Resnais, ormai tanto tempo fa, che “ognuno vive nei propri fantasmi e che č questo a rendere impossibile la comunicazione tra le persone”. Si prendano i dialoghi nei quali č presente il protagonista maschile, dal volto segnato da una malattia o da una tragedia, diranno nel film, cosě come dice il poliziotto che farŕ incontrare i due: - Faceva certi ragionamenti che non ho capito niente. Che parli con la moglie, con un poliziotto e con l’oggetto del proprio desiderio, Palet parla a se stesso guardando dinanzi a sé, senza sollievo da un peso che porta con sé. Ecco, oltre tutti i divertissement e le gigionerie, la cifra di Alain Resnais che spunta magnificamente, ancora una volta, a ottantasette anni.
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