Il coinvolgimento di Richard Swift - uno dei talenti più versatili e imprevedibili di casa Secretly Canadian - quale produttore artistico del nuovo di Damien Jurado può essere letto in modi diversi. Ad esser buoni, si è trattata di un'intesa sbocciata naturalmente fra i due, malgrado la sostanziale diversità delle rispettive proposte. Volendo fare invece un po' di dietrologia a gratis, potremmo supporre che l'intervento di Richard il Bizzarro sia stato foraggiato dalla stessa etichetta per dare una scossa alla discografia di Jurado, le cui potenzialità finora non sono sbocciate come e quanto è lecito supporre. Il risultato è l'ennesimo buon disco del buon Damien, con gli stessi immancabili rimandi (le apprensioni Jason Molina, i malanimi stropicciati Will Oldham, l'incedere grave e struggente Black Heart Procession...) e la sensazione di trovarsi ad un passo dall'eccellenza in ambito folk rock. Giusto un passo indietro, ma è quello che fa la differenza.
La mano di Swift va forse indovinata nella fibra onirica ed evocativa degli sfondi sonici (le cianfrusaglie mnemoniche di Pear, le perturbazioni sintetiche à la Sparklehorse di Kansas City...) e per qualche azzeccata intuizione in sede d'arrangiamento (l'ipnotico intreccio di arpeggi nel finale di Rachel & Cali, i coretti gospel di Beacon Hill...). Per il resto, a bilancio possiamo mettere un paio di pezzi notevoli come Wallingford (elettricità tra front porch e metropoli come il Neil Young di Freedom) e Cloudy Shoes (palpitazioni a volo d'uccello tra Nick Drake e Radar Bros.), mentre il singolo Arkansas giochicchia tra movenze fifties e inquietudine strisciante come uno Springsteen giovane posseduto dallo spettro di Scott Walker.
Insomma, è un buon lavoro, ma a Jurado manca ancora qualcosa.
(6.4/10)
Scheda: Damien Jurado
Pubblicazione: 23 Maggio 2010
File under: folk rock
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