Gli Indian Jewelry sono magistrali nel proporre un pot-pourri di questi anni. All’indomani dell’uscita di Free Gold, li avevamo già presi a esempio di una ondata psichedelica, poi altre band avevano dato vita al cosiddetto digital shoegaze (un'etichetta nostrana), e ci eravamo voltati a guardare di nuovo a loro da quella prospettiva.
Oggi, Thrasher e Kerschen sono più digitali che mai, impredibili e auto-evidenti nelle citazioni più o meno volute e Totaled, il loro trip gotico, programmato e aderente certo vintage avant-synth inizio Ottanta (Cabaret Voltaire, primissimi Human League, D.F.A.), all'insegna di una psichedelia nera sempre più industriale.
Vision, infatti, è versione ultra-downtempo di Heroes di David Bowie. Un potentissimo incedere Ottanta annegato nell’ultra-nero alla Royal Trux ancora alle prese con le droghe leggere.
Trovano intersezioni uniche, gli Indian Jewelry e se il titolo dell'album sta tutto lì, i palesi riferimenti sonici sfumano dietro alla capacità di sfocare la profondità del campo acustico e nello sbilanciare il figurativo musicale dentro un bad trip tutto di cervello. E' da qui che nasce un'attitudine trasparente da un punto di vista armonico, di mestiere se vogliamo (come è evidente nelle tante drum machine e in particolare in Tono Bungay), furba e persino di moda nei circuiti lo-fi che oggi contano più che mai. Va però riconosciuto ai Jewelry il compimento di un percorso personale originato dall’esperienza NTX Electric e beatificato nel citato sophomore che oggi, su coordinate condivise, è comune a decine di altre band. Poche di loro riescono a condensare quanto interiorizzato (Ottanta/Duemila) e restituito con fragranza da brani quali Diamond Things, Never Been Better, Touching The Roof Of The Sun (sorta di All Tomorrows Parties per tastiere e fantasmi).
(7.4/10)
Scheda: Indian Jewelry
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