Ambizione. È la prima parola che viene in mente ascoltando quest'ultima fatica di Anaïs Mitchell, folk singer americana da qualche tempo accasata alla Righteous Babe di Ani Difranco. Si tratta della trasposizione in chiave folk del mito classico di Orfeo che, impazzito per la morte della sua amata sposa Euridice, decide di andare a riprendersela nel regno dei morti. La Mitchell, però, non si accontenta di mettere in musica questa storia, ma la ambienta – in modo vago come può esserlo un sogno – nell'America degli anni Trenta: l'America di Little Orphan Annie e della Grande Depressione; l'America del New Deal e di Franklin Delano Roosvelt.
Ne esce una folk opera resa efficace, oltre che dalle canzoni e le musiche composte tutte dalla stessa Mitchell, dalle orchestrazioni di Michael Chorney e la produzione di Todd Sickafoose (già con Ani Difranco e Andrew Bird). Oltre alla fragile e toccante voce dell'autrice, a dare valore alle composizione è la pletora di ospiti più o meno noti al grande pubblico che ha chiamato a raccolta. Ad Ani Difranco si sono aggiunti Justin Vernon/Bon Iver (nei panni di Orfeo), Greg Brown (la cui voce cavernosa dà vita in modo straordinario al personaggio di Ade, basti ascoltare Hey, Little Songbird e His Kiss, The Riot) e Ben Knox Miller (Ermes).
La sforzo compositivo è elevato e la stessa Mitchell racconta che questo progetto ha cominciato a prendere forma nella sua testa già nel 2006, ma si è portato a compimento solo recentemente, quanto è riuscita a far uscire di bocca le proprie canzoni a molti dei suoi miti del mondo indie-folk di oggi. Emerge ovunque l'amore per il folk e per questi interpreti, con una cura non così comune per ogni sfumatura della composizione (basti ascoltare l'intricata struttura in rima dei brani).
Il ciclo prende il via con il matrimonio (Wedding Song, tutta spazzole e dolcezze), ma come in tutti i drammi che si rispettino, serve una dose di epica (Epic I) per arrivare al primo episodio in cui i personaggi cantano tutti insieme: Way Down Hadestown, che sa tanto di Tom Waits, con il suo fare fintamente scanzonato, in realtà organizzatissimo, e un'idea generale di processione pagana, tra il mardì gras di New Orleans e le marchin' bands. Da come è concepito il disco, è difficile se non impossibile estrarre qualche brano in particolare (forse Our Lady of the Underground con il call and response bluesy di Persefone e il coro, o l'offertorio finale di I Raise My Cup To Him). Rari i veri e propri riempitivi strumentali, che pure sono necessari al disegno generale. Va invece sottolineato il lavoro al coro della Hades Triplets, che in Nothing Changes cantano a cappella, in uno stile già riportato sotto i rifelttori dalle Unthanks, ma che non suonerà certo nuovo a chi segue il mondo del folk.
Un disco intrigante, che aumenta di valore con gli ascolti e che fa venire la voglia di vederne, anche solo in DVD, una rappresentazione teatrale (che però non è chiaro se ci sia mai stata, almeno con questo cast). Ambizioso, ma riuscito.
(7.3/10)
Scheda: Anaïs Mitchell
Pubblicazione: 18 Maggio 2010
File under: Folk opera
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