Per Guido Maria Grillo il rischio principale è quello di disperdere capacità enormi in una rete di riferimenti entro i quali è difficile ritagliarsi uno spazio autonomo. Il chamber-pop asciugato negli arrangiamenti di questo esordio guarda infatti alla magniloquenza dolorante di un Rufus Wainwright, dove le lacrime però si trasformano in pulviscoli di luce più che in stinti lustrini. Così il pianoforte si circonda di reverse mesmerici come dei Radiohead da camera o di voci sinistre e dalla grana ectoplasmatica – in pratica uno Scott Walker guardato a rispettosa distanza. Il resto lo fanno i toni spesso teatralizzati e una voce che in zona Jeff Buckley risulta potente e impalpabile.
Servirebbe insomma uno scatto di reni, qualche trovata da cappellaio magico alla Alessandro Grazian, o la forza sublime e onnicomprensiva di un Antony in italiano. Perché, a parte le evidenti derivazioni, un lavoro cantato, arrangiato e suonato (praticamente in solitario) così bene non capita di ascoltarlo spesso. Ancor di più se le canzoni non sono pose di virtuosismo ma concentrati di vibrazioni che dei nomi sopracitati condividono lo stesso fuoco.
(6.5/10)
Scheda: Guido Maria Grillo
Abbonati al feed di Luca Barachetti