Lo Zorn romantico era stato una vera sorpresa. Dieci anni fa. Adesso è una iattura. L'eterna variatio di Masada era stata uno stimolante gioco a quattro (tra compositore, esecutori, ascoltatore e la musica come tradizione e come catalogo di generi e stili). Adesso...
Riassumendo il disco: i controtempi di Hashul; il giro di basso di Galizur (volano per gli interventi in punta di strumento dei musicisti e della schitarrata finale di Ribot); il delizioso giochino ebraico-minimalista di Zavebe; l'atmosfera onirica di Qalbam; l'esotismo serpeggiante di Zortek; l'inseguimento country-western di Kutiel (che fa davvero un po' sorridere). Il tutto, senza alti né bassi, con l'arma a doppio taglio della riconoscibilità degli assi zorniani (Ribot in primis e subito a ruota Wollesen) bene in vista, anche troppo: a un passo dal diventare stucchevole.
Zorn (ormai?) fa jazz nell'accezione peggiore: tema e soli oppure un tappeto fusion. Manca l'incisività, la capacità di distinzione di questo da quello. Del resto, anche lo Zorn rumorista aveva finito col ripetersi e annoiare (da qui la sorpresa per il recente vitalissimo Moonchild). Ipos è un disco carezzevole e trasparente. E' muzak elegante. Zorn lo sa e lo dice perfino, nelle liner notes: perfect for the early morning, late at night, at home or in the car.
(6.0/10)
Scheda: John Zorn
Pubblicazione: 29 Aprile 2010
File under: romantic Zorn / jazz
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